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Osservatorio legale pM116/2012 - MontagnaOnline.com

L'INCIDENTE DURANTE UNA "GARA FISI".

Le posizioni di responsabilità di gestore, tracciatore,

giudice arbitro. Fisi e Coni.

L'analisi commentata di una recente sentenza della Cassazione, che ha affrontato il tema delle responsabilità in caso d’incidente durante una gara di sci: i principi richiamati nella sentenza assumono rilevanza a tutto campo anche per l'attività di gestione ordinaria di un comprensorio sciistico.

Marco Del Zotto
avvocato e maestro di sci Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

In una stagione invernale difficile, caratterizzata da un’economia in affanno e da condizioni nivometeorologiche che in molti centri montani hanno ulteriormente condizionato in negativo l’affluenza dei turisti nelle località turistiche, le manifestazioni agonistiche, che si possono ritenere una nicchia di mercato a sé stante, sono state un polmone per tutti quei comprensori che hanno investito e si sono orientati a favorire l’organizzazione di gare ed allenamenti.
I soggetti interessati sono molteplici, ognuno dei quali direttamente impegnato nello svolgimento di precise attività.
La sicurezza dei tratti di pista dedicati a tali scopi deve essere massima e, ciascuno per l’ambito di propria competenza, può assumere una posizione di garanzia nei confronti dei partecipanti in caso d’infortunio.
Per meglio comprendere i ruoli e le connesse responsabilità di coloro che sono coinvolti nell’organizzazione di una manifestazione agonistica, riteniamo utile -come già in precedenza sperimentato- esaminare una recente decisione della Corte di Cassazione del settembre del 2011.

Il fatto e lo svolgimento del processo
Durante una gara di sci, una tragica uscita di pista a seguito di caduta faceva collidere un atleta contro un albero, non protetto, posto nelle vicinanze del bordo pista. L’impatto era purtroppo fatale.
I familiari adivano il tribunale convenendo in giudizio, a diverso titolo, la società di gestione, il tracciatore, il giudice arbitro e il Coni, per ottenere il risarcimento del danno.
Il Coni, in particolare, eccepiva la sua estraneità ai fatti, sostenendo che
- il giorno dell'incidente l’atleta utilizzava sci sciancrati che, in caso di perdita di controllo, seguono traiettorie imprevedibili;
- inoltre, tra la porta dove si era verificato l'incidente e il limite della pista, vi erano 20 metri, - e addirittura 31 sino al limite del bosco e tra il punto ove lo sfortunato sciatore aveva perso il controllo degli sci e gli alberi su cui aveva terminato la corsa vi erano 61 metri;
- la presenza di un solo materassino antiurto, non prescritto nel documento di omologazione, a protezione di un tronco d'albero vicino ai tre esistenti sul luogo del sinistro, significava la consapevolezza del pericolo verosimilmente da parte della società di gestione, che aveva messo a disposizione della società organizzatrice una pista omologata dalla Fisi, e si era quindi obbligata a predisporre il complesso organizzativo, coadiuvata dal tracciatore dello slalom, che aveva l'obbligo di assicurare la sicurezza dei concorrenti a norma del regolamento Fisi; e che poteva chiedere alla società di gestione di proteggere anche le altre due piante, allorché piazzò le porte in quel punto del tracciato.

Anche il giudice arbitro era responsabile dell’incidente in quanto, a norma dello stesso regolamento Fisi, aveva il potere-dovere di controllare il tracciato di gara ed imporne i cambiamenti necessari per ragioni tecniche e di sicurezza.
La sentenza di primo grado condannava tutti i soggetti convenuti, incluso il Coni, al risarcimento del danno.


La conferma della sentenza della Corte d’appello
La decisione del tribunale veniva impugnata, ma la Corte d’appello di Trento rigettava gli appelli, confermando la sussistenza di responsabilità in capo ai convenuti, in base alle seguenti considerazioni:
* 1) il Coni era stato convenuto in giudizio non per carenze organizzative della gara dello sci club organizzatore, ma per aver omologato la pista su cui venne disputata, avvalendosi della Fisi, suo organo tecnico degli sport invernali, con obbligo di coordinare e disciplinare l'attività sportiva da chiunque esercitata;
* 2) la Fisi aveva emanato un regolamento di natura tecnica, stabilendo le regole per le singole competizioni e i requisiti di sicurezza delle piste, la cui conformità viene accertata con l'omologazione che vale per un certo periodo di tempo, e non per la singola gara; e quindi, anche se il provvedimento è di fatto rilasciato dalla Fisi, è riferibile al Coni, che ne deve rispondere per ogni irregolarità in rapporto causale con gli incidenti che si verifichino; 
* 3) la gara non era amatoriale, ma catalogata “Fisi nazionale”;
* 4) la pista non era omologabile, perchè contrastante con le norme regolamentari di sicurezza e priva di prescrizioni involte ad eliminare situazioni di pericolo, a causa delle quali si era verificato l'incidente mortale: e quindi il provvedimento era stato rilasciato in violazione di norme tecniche emanate dalla federazione poiché:
- a) a norma del regolamento Fisi, gli ostacoli nel tracciato di una pista di slalom gigante devono trovarsi a distanza di sicurezza ed essere adeguatamente protetti;
- b) le piste riservate a tali competizioni, sempre a norma del regolamento Fisi, devono avere una larghezza di almeno trenta metri, per consentire una sufficiente via di fuga; mentre, dalle fotografie sullo stato dei luoghi, emergeva un marcato restringimento della pista, determinato da un pilone della seggiovia a sinistra e piante a destra, contro una delle quali, uscito da una curva di destra, l’atleta aveva sbattuto, come testimoniato da alcuni presenti;
- c) trattandosi di una gara di slalom gigante, le porte direzionali non potevano esser allineate al centro della pista, lungo la linea di massima pendenza, ma dovevano disegnare delle curve che si avvicinassero ai margini;
- d) la non omologabilità e pericolosità della pista trovava una conferma obbiettiva nello stesso incidente mortale avvenuto in corrispondenza del restringimento di essa; e perciò, se comunque si fosse voluta concedere l'omologazione, occorreva imporre misure di sicurezza come reti o altri rimedi che avrebbero scongiurato l'evento mortale, e che invece non erano state adottate nonostante la prevedibilità, per i tecnici che hanno proceduto all'omologazione, della fuoriuscita di pista da parte dei concorrenti, soprattutto quando la pista è deteriorata, dopo il passaggio di numerosi concorrenti;
- e) l'incidente non è attribuibile al tipo di sci sciancrato utilizzato dall’atleta, la cui funzione è di agevolare la curva e di mantenerne la traiettoria, e non certo di far assumere direzioni imprevedibili in caso di caduta.


Il ricorso in Cassazione del Coni
Il Coni, ritenendo ingiusta la propria condanna al risarcimento del danno, sosteneva la propria estraneità ai fatti e/o quantomeno l’impossibilità di vedersi riconosciuto un potere di sorveglianza e controllo nei confronti della Fisi per un’attività -l’omologazione di una pista- effettuata con suoi delegati, gli omologatori, per la quale la Fisi deve rispondere in proprio, quale associazione riconosciuta di diritto privato.

Il motivo di contestazione del Coni è stato ritenuto infondato e la sentenza di condanna confermata sulla base delle seguenti motivazioni:
* La normativa vigente, nel riconoscere alle federazioni sportive nazionali l'autonomia tecnica, organizzativa e di gestione, sotto la vigilanza del Coni, si coordina con la L. 16 febbraio 1942, n. 426, il cui art.3, nell'istituire tale ente, gli ha attribuito il potere di coordinare e disciplinare l'attività sportiva comunque e da chiunque esercitata.
* Ne consegue che l'omologazione di una pista da sci, provvedimento di abilitazione volto a consentire una determinata attività per il futuro e per un numero indeterminato di volte, verificando la conformità di essa ai requisiti tecnici posti da norme regolamentari a tutela dell'integrità fisica dei partecipanti nell'espletamento di un'attività per sua natura pericolosa, rientra tra tali poteri.
* Sia l'emanazione del regolamento Fisi, sia l'accertamento e il controllo della regolarità della pista, con il conseguente rilascio dell’apposita certificazione, sono attività della Fisi coincidenti con gli interessi generali perseguiti dal Coni, quali organizzare e potenziare lo sport nazionale in conformità alla legge n. 426 del 1942.
“Ciò determina in capo al Coni il dovere di controllare ogni organismo che favorisce l’esercizio dell’attività sportiva.
* Nel caso specifico, l’attività svolta dalla Fisi non attiene all’organizzazione di una singola gara, in relazione alla quale il Coni non avrebbe alcuna competenza, in quanto evento certamente rientrante nell’autonomia tecnico-organizzativa delle federazioni.
* La responsabilità del Coni è stata affermata in base al rilascio di un attestato di conformità della pista da sci ai regolamenti tecnici federali, benché invece, per mancanza del rispetto delle prescrizioni regolamentari accertate nel corso della causa, non fosse omologabile; o, quanto meno, nel relativo certificato dovessero esser prescritte concrete regole e cautele idonee a prevenire il prevedibile incidente verificatosi.
Da qui la responsabilità del Coni.

Considerazioni conclusive
La sentenza della Corte di legittimità, sopra richiamata, deve fungere da monito per tutti i soggetti che direttamente o indirettamente assumono un ruolo di coordinamento o, comunque, sovraintendono allo svolgimento di determinate attività.
Senza limitare l’applicazione dei principi dettati dalla Cassazione al solo ambito delle manifestazioni agonistiche e, in particolare, al coinvolgimento del Coni e ai suoi rapporti con la Fisi, è significativo soffermare l’attenzione sull’importanza dei concetti di organizzazione preventiva e di controllo continuativo, nonché sul dovere di esercitare il potere d’intervento di tutti i soggetti che collaborano direttamente o indirettamente al regolare svolgimento di una gara, per scongiurare il persistere di eventuali condizioni di possibile pericolo.
L’inerzia e la passività nel subire decisioni e l’eventuale leggerezza di terzi determinano il forte rischio di venire a propria volta coinvolti e d’incorrere in responsabilità.
Tutte le attività che si svolgono all’interno dell’area sciabile attrezzata devono essere adeguatamente gestite, senza fare superficiale affidamento sul presunto scarico di responsabilità che, come visto, la giurisprudenza valuta con estremo rigore.
Pensiamo, ad esempio, all’attività quotidiana di verifica del corretto apprestamento delle misure di protezione, piuttosto che all’organizzazione di un idoneo servizio di soccorso, o al posizionamento di efficace segnaletica, oppure alla regolare manutenzione di uno snowpark.
La società di gestione ha il dovere di sovraintendere con attenzione a tali attività mediante un’organizzazione diretta o adeguatamente delegata, tenuto anche conto dei richiami espliciti a tali obblighi rinvenibili nella legge italiana sulla sicurezza delle piste.
Diversamente facendo, vi è il forte rischio, in caso d’incidente, di divenire soggetti destinatari di richieste risarcitorie e di doversi difendere in giudizio con le difficoltà che anche la recente sentenza di Cassazione prima richiamata ha ancora una volta delineato. 

 

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