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Tag: Osservatorio legale

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
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Category: Portfolio
Tags: Osservatorio legale
 

Anche quest’anno, alla terza esperienza, la Federazione Italiana Sport Invernali, con il patrocinio del Ministero per lo Sport e del CONI, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, e grazie al supporto dell’ANEF con i suoi impiantisti associati e dei Gruppi sportivi militari, promuove il progetto «Quando la Neve fa Scuola» che si rivolge agli studenti della scuola secondaria di primo grado di tutto il territorio nazionale. Si conta di portare in montagna, durante l’inverno e quindi in coincidenza con l’anno scolastico, diecimila ragazzi provenienti da tutte le regioni italiane seguiti da alcuni dei loro insegnanti.  Verrebbe da dire «meglio tardi che mai» visto che in Francia, a esempio, le «sémaines ecolaires» sulla neve funzionano da decenni.  Comunque, finalmente, si sta cominciando ad abbattere quel muro di diffidenza e distacco che in Italia ha sempre tenuto distanti la scuola dell’obbligo dal rapporto con la montagna invernale. Ma attenzione: nell’accompagnare e seguire in una attività fisica all’aperto giovani minorenni insorgono problematiche giuridiche che occorre assolutamente tenere in considerazione. Vediamo…


di Marco Del Zotto

avvocato e maestro di sci

Siamo alle porte di una nuova stagione invernale che si presenta ricca di appuntamenti e progetti. Sarà l’anno delle Olimpiadi invernali organizzate in un paese asiatico che di questi tempi vive alta la tensione di una forte conflittualità, con un regime che osteggia il mondo occidentale. Sarà l’anno in cui speriamo la neve torni ad imbiancare tempestivamente e in modo omogeneo tutte le stazioni invernali del nostro territorio. Sarà l’anno in cui un progetto che vede capofila la Federazione Italiana Sport Invernali e che coinvolge tutti gli operatori della montagna tra cui impiantisti, maestri di sci, gruppi militari e noleggiatori, consentirà di avvicinare alla montagna e agli sport invernali tutti i ragazzi delle scuole italiane. Il patrocinio del Ministero dell’Istruzione e quello del Ministero dello Sport fanno ben sperare. Le parole del Ministro dell’Istruzione Fedeli, la quale ha espressamente affermato che nel percorso formativo scolastico l’attività sportiva sia imprescindibile e ne debba fare parte integrante, sono un caposaldo.   D’altra parte, con particolare riferimento agli sport invernali, le stesse ricerche scientifiche attestano che, per un opportuno sviluppo motorio e cognitivo nell'età giovanile, è importante che ogni ragazzo sperimenti lo scivolamento in un ambiente naturale, quale è quello montano. Ecco perché la Federazione, con il patrocinio del Ministero per lo Sport e del Coni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, e grazie al supporto delle realtà operanti nel comparto montano e dei Gruppi sportivi militari, ha promosso il progetto «Quando la Neve fa Scuola» che si rivolge agli studenti della scuola secondaria di primo grado di tutto il territorio nazionale. L'obiettivo, per la stagione 2017/2018, è quello di portare in montagna circa 10.000 ragazzi, provenienti da tutte le regioni italiane, mediante un concorso fotografico da svolgere in classe. La FISI intende introdurre nel mondo della scuola il concetto di cultura della montagna e lo farà grazie ad una serie di incontri, tramite i quali gli esperti si recheranno presso le scuole per incontrare allievi, genitori, insegnanti, dirigenti. Saranno sessioni dedicate che precederanno le uscite in montagna, in modo che i ragazzi possano affrontare con una base cognitiva le esperienze che andranno a fare in un ambito ad alta sostenibilità ambientale e con un ecosistema da rispettare. Agli insegnanti di educazione fisica, sarà rivolta una terza parte del progetto, denominata «Ski-Stage». Gli insegnanti saranno condotti in montagna dai tecnici della Scuola Tecnici Federali che,  sempre con il supporto di impiantisti, scuole di sci, aziende del settore, e grazie alle basi logistiche dei Gruppi sportivi militari, potranno implementare la loro conoscenza degli sport invernali divenendo interlocutori privilegiati per le future, e auspicabili, uscite in montagna degli allievi.

Le problematiche giuridiche
connesse alla responsabilità su minori
Proprio sulla presenza dei ragazzi in età scolare nelle località montane vogliamo fare alcune riflessioni di carattere giuridico per mitigare, per quanto possibile, quella ritrosia che nella generalità dei casi caratterizza l’approccio degli insegnanti verso iniziative nuove o che, comunque, trovano la loro realizzazione al di fuori dell’edificio scolastico. Una recente sentenza della Corte di Cassazione del maggio 2016 consente di fare il punto della situazione sui criteri in base ai quali deve essere affrontato il giudizio di responsabilità dell’insegnante. In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità che, ex art. 2048 del codice civile, grava sull'insegnante per il danno cagionato a terzi dall'allievo, non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l'inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno. È perciò necessario dimostrare anche di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale, commisurate all'età ed al grado di maturazione raggiunto dagli allievi in relazione alle circostanze del caso concreto, dovendo la sorveglianza dei minori essere tanto più efficace e continuativa in quanto si tratti di bambini in tenera età.
La responsabilità extracontrattuale degli insegnanti che si rinviene in tutte le ipotesi in cui un alunno cagiona danno a terzi, trova il suo fondamento normativo nell'art. 2048 del codice civile, secondo il quale i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte, ai quali vanno equiparati gli insegnanti scolastici, rispondono del danno causato dal fatto illecito degli allievi per il tempo in cui si trovano sotto la loro vigilanza e sorveglianza. Il legislatore ha utilizzato una formula ampia, così non identificando il presupposto del «tempo in cui sono sottoposti a vigilanza» soltanto con lo svolgimento dell'attività didattica in senso stretto, estendendolo non solo alla ricreazione ma anche alle gite scolastiche. Secondo la giurisprudenza, tale norma sancirebbe una presunzione di colpa, derivante da un comportamento omissivo del soggetto chiamato a rispondere in concorso con l'allievo, cioè l'insegnante, nell'esercizio dell'obbligo di vigilanza e la responsabilità troverebbe, dunque, giustificazione in una sua carente attività. La giurisprudenza ha spesso affermato che la responsabilità sancita dall'art. 2048 del codice civile è di natura presuntiva, dispensando quindi il danneggiato da ogni e qualsivoglia onere probatorio in merito.
Essa ammetterebbe, in ogni caso, la prova liberatoria di non avere potuto impedire il fatto, ossia di aver tenuto un comportamento adeguato ad impedire l'evento, da intendersi come dimostrazione di avere adempiuto tutti i doveri ed esercitato tutti i poteri idonei ad impedire il compimento di fatti illeciti da parte dell'allievo — essendo necessaria l'imprevedibilità della condotta dell'allievo e non il semplice carattere improvviso — nonché di avere esercitato, come detto, un'attività di vigilanza commisurata all'età e al grado di maturazione del minore stesso e di aver preventivamente adottato misure organizzative e disciplinari idonee ad evitare il sorgere delle situazioni che hanno prodotto il danno. Poiché l'insegnante è ordinariamente inquadrato all'interno di un istituto scolastico, anche quest’ultimo potrà essere chiamato in giudizio a rispondere, con o senza l'insegnante medesimo.

Le sentenze della Cassazione
su casi di infortuni ad alunni
Con particolare riferimento agli infortuni che possono accadere agli alunni, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9346/2002, hanno statuito che la responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante non avrebbe, però, natura extracontrattuale, bensì contrattuale. Quanto all'istituto scolastico, l'accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell'allievo a scuola, determina l'instaurazione di un contatto sociale, dal quale sorge a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e sull'incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.
Tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell'ambito del quale l'insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire e di educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l'allievo si procuri da solo un danno alla persona. Il danneggiato sarà quindi chiamato a provare di avere avuto un evento lesivo in occasione della prestazione scolastica e di aver subito il relativo danno, mentre l'istituto dovrà fornire la prova liberatoria della riconducibilità dell'evento lesivo ad una sequenza causale non evitabile e comunque non prevedibile, neppure mediante l'adozione di ogni misura idonea, in relazione alle circostanze, a scongiurare il pericolo di lesioni derivanti dall'uso delle strutture prescelte per lo svolgimento della gita scolastica e tenuto conto delle loro oggettive caratteristiche e salva la valutazione dell'apporto causale della condotta negligente o imprudente della vittima ai sensi dell’art.1227 del codice civile. Precisiamo altresì che, quando l'insegnante si collochi all'interno di una struttura pubblica, nel giudizio di risarcimento del danno, l'insegnante sarebbe privo di legittimazione passiva cioè non potrebbe subire alcuna richiesta risarcitoria diretta, ai sensi dell’art.61 della legge n.312/80. Tale articolo, dopo aver sancito il principio secondo il quale «La responsabilità patrimoniale del personale direttivo, docente, educativo e non docente della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato e delle istituzioni educative statali per danni arrecati direttamente all'Amministrazione in connessione a comportamenti degli alunni è limitata ai soli casi di dolo o colpa grave nell'esercizio della vigilanza sugli alunni stessi», aggiunge che «la limitazione di cui al comma precedente si applica anche alla responsabilità del predetto personale verso l'Amministrazione che risarcisca il terzo dei danni subiti per comportamenti degli alunni sottoposti alla vigilanza» e statuisce che «salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, l'Amministrazione si surroga al personale medesimo nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi». Tale principio è stato ribadito dalla Corte costituzionale con la sentenza del 24 febbraio 1992, n. 64 e dalla Corte di Cassazione con le sentenze n.12501/00 e, a Sezioni Unite n.  7454/97.

Indispensabile il supporto deglli operatori
per garantire la sicurezza di insegnanti e allievi
In questo contesto normativo giuridico, nonostante l’inevitabile alea che caratterizza oggi ogni tipo di attività, ai fini del contenimento del rischio di essere esposti a responsabilità, assumono rilevanza dirimente le modalità organizzative della gita scolastica. Tanto più l’offerta turistica sarà appetibile in quanto strutturata in modo professionale ed atta a garantire quella sicurezza a 360 gradi di cui gli insegnanti hanno bisogno per affrontare con serenità l’approccio alla montagna, tanto più facile sarà creare indotto. Certo è che gli operatori della montagna dovranno fare sistema fra loro affinchè l’offerta, come detto, sia omnicomprensiva, dalla qualità della struttura ricettiva, alla sicurezza del comprensorio sciistico, dalla professionalità dei maestri di sci, alla preparazione del materiale utilizzato per praticare gli sport invernali così come all’attrattività sotto il profilo formativo delle attività collaterali, fra tutte quelle di conoscenza dell’ambiente montano. Che il progetto «Quando la neve fa scuola» possa essere un’occasione per avvicinare i ragazzi alla montagna e trasmettere cultura? Staremo a vedere.

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
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di Marco Del zotto
Avvocato
e Maestro di Sci


Gli sci non sono macchine e le piste non sono strade

La disciplina sulla circolazione stradale non si applica agli incidenti che si verificano sulle piste di sci. È questo, in sintesi, il succo giuridico di una vicenda che ha visto una collisione tra uno sciatore e un’autovettura ferma e parcheggiata sul bordo di una pista.  Dopo una sentenza in primo grado che accettava il principio del concorso di colpa, la Corte d’Appello assegnava al conducente e di conseguenza al proprietario della vettura l’intero onere della responsabilità dell’incidente ammettendo la legittimità della richiesta di risarcimento in solido da parte dello sciatore. A questa sentenza ha fatto seguito il ricorso in Cassazione che però ha ribadito nella sostanza come i due «ambiti di circolazione» siano da tenere rigorosamente distinti e non debbano essere semplicisticamente omologati

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ci consente di fare alcune riflessioni su un argomento che sembra lontano dalle logiche della montagna ma che, invece, è più vicino di ciò che può sembrare. Parrebbe un’assurdità fare analogie tra sciatori e automobilisti, tra incidenti sulla strada e in pista ma se ci si richiama semplicemente ad alcuni articoli della normativa quadro sulla sicurezza, la legge n.363/2003, si capisce che così non è, quantomeno per il nostro legislatore. L’art.12 che disciplina gli incroci nell’area sciabile attrezzata, prevede espressamente che abbia la precedenza lo sciatore che proviene da destra, salvo diversa segnaletica apposta dal gestore. Nessun cenno al flusso di sciatori provenienti dalle piste cosiddette «principali» né alle immissioni né ad altro ma un richiamo puro e semplice alla disciplina della circolazione stradale. Mutuato dalla disciplina della circolazione è anche l’introduzione del principio della presunzione del concorso di colpa di cui all’art.19 della legge n.363/2003, in caso di incidente riconducibile a collisione fra sciatori. Fino a prova contraria si presume che entrambi gli sciatori protagonisti della collisione abbiano pari responsabilità. Il principio di diritto introdotto per dirimere eventuali controversie è il medesimo di cui all’art.2054 del codice civile che prevede la presunzione di pari responsabilità in caso di collisione fra autoveicoli.

Le modalità dell’incidente e lo svolgimento del processo
È interessante la motivazione di una sentenza della Corte di Cassazione che ha deciso in ordine alle richiesta risarcitoria riconducibile ad una collisione tra un’autovettura che si trovava su una pista di sci e uno sciatore che proveniva da monte e che, improvvisamente, si è trovato davanti l’autovettura, seppur ferma. La causa si risolveva in primo grado con l’accertamento della responsabilità per l’80% in capo al conducente dell’autovettura e per il 20%, a titolo di concorso, in capo allo sciatore.
La domanda nei confronti del proprietario dell’autovettura - diverso dal conducente - e della compagnia di assicurazioni, responsabili in solido secondo la disciplina che regola la circolazione stradale, veniva invece rigettata «per non essere la pista una strada pubblica ai sensi della Legge n.990 del 1969». La sentenza veniva impugnata.
La Corte d'appello con sentenza del 2012 riformava parzialmente la sentenza e dichiarava la responsabilità esclusiva del conducente dell’autovettura per l’incidente occorso ritenendo insussistente il concorso di colpa, seppure residuale, dello sciatore, accertato in primo grado.

Il ricorso in Cassazione contro a sentenza di secondo grado
-Sull’applicabilità della presunzione del concorso di colpa di cui all’art.2054 c.c.
Gli eredi del conducente, nel frattempo deceduto, proponevano ricorso in Cassazione chiedendo la riforma della sentenza di secondo grado insistendo in particolare per la violazione o, comunque, per l’errata applicazione dell’art.2054 del codice civile.
I ricorrenti sostenevano che la pista di sci è comunque area pubblica e il divieto di transito dei veicoli non toglie la natura di area pubblica, per cui ai fini dell’accertamento della responsabilità doveva comunque applicarsi l'art. 2054 c.c..
-Sull’applicabilità della legge n.990/69 che prevede obbligato in solido al risarcimento anche la compagnia di assicurazione
I ricorrenti censuravano la sentenza impugnata anche per avere errato affermando che per applicare la Legge n. 990 del 1969, art. 1 è necessario che il sinistro avvenga su area, pubblica o privata, aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone, intendendo per persone i veicoli: così non è, sostenevano i ricorrenti, per cui la norma è applicabile semplicemente se il sinistro avviene su strada-area pubblica;

Le argomentazioni della
Cassazione sui due motivi di impugnazione
La corte d’appello aveva ritenuto inapplicabile la fattispecie di cui all'art. 2054 del codice civile, in quanto «il presupposto di applicazione di tale norma e delle presunzioni da essa contemplate è che si versi in una ipotesi di circolazione del veicolo su strada pubblica, soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico veicolare». Tale presupposto non poteva essere integrato da una pista da sci.
La corte d’appello riteneva inapplicabile anche l’art.1 della Legge del 24 dicembre 1969, n. 990 perchè «la responsabilità dell'assicuratore ai sensi della legge sopra citata ricorre con riferimento ai sinistri cagionati da veicoli posti in circolazione su strade di uso pubblico o ad esse equiparate, intendendosi per queste ultime quelle aree, pubbliche o private, aperte alla circolazione di un numero indeterminato di persone», mentre nel caso in esame «il sinistro si è verificato in un'area, la pista da sci, certamente non aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone».
Il ricorrente, dato atto che la corte territoriale aveva identificato come presupposto per l'applicazione dell'art. 2054 c.c. la circolazione del veicolo su strada pubblica o comunque soggetta ad uso pubblico negando che tale sia una pista da sci, obiettava che l'essere la pista di sci preclusa al transito dei mezzi meccanici, tranne quelli adibiti al servizio e alla manutenzione della pista e degli impianti, «non ne elimina il carattere di area pubblica». La questione dell'ambito di applicazione dell'art. 2054 c.c. deve essere affrontata attraverso il concetto di circolazione dei veicoli, come emerge già dalla rubrica di tale articolo: «Circolazione di veicoli».

Perché non si può assimilare una pista da sci ad una strada
Il concetto di strada e il concetto di circolazione sono intrinsecamente collegati e, per così dire, logicamente reciproci: nel quadro normativo vigente all'epoca del sinistro un'ulteriore conferma viene offerta dalla Legge 24 dicembre 1969, n. 990, art. 1, ora sostituita dal D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, che delimita l'ambito di applicazione dell'assicurazione obbligatoria alla circolazione dei veicoli a motore senza rotaie su strada ad uso pubblico o aree ad essa equiparate:  «I veicoli a motore senza guida di rotaie...non possono essere posti in circolazione su strade di uso pubblico, o su aree a queste equiparate se non siano coperti, secondo le disposizioni della presente legge, dall'assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi prevista dall'art. 2054 c.c.». La circolazione presuppone quindi una strada o un'area - pubblica o destinata ad uso pubblico - ad essa equiparata. Ciò significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili nè l'art. 2054 c.c. nè la normativa attinente all'assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilità.
Non sono pertanto sufficienti nè il movimento di un veicolo senza rotaie nè la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico per ricondurre l'eventuale incidente che ne possa derivare nella specifica fattispecie della circolazione stradale e della correlata assicurazione obbligatoria.  Allo scopo occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare.
La circolazione, quindi, non può essere intesa come frutto dell'intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensì, oggettivamente, come uso attribuito ad un'area pubblica o ad un'area privata ma destinata appunto a tale uso pubblico. Da quanto appena osservato, emerge chiaramente che l'introduzione di una autovettura in un'area destinata esclusivamente all'esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore o, comunque, mediante veicoli indicati dal Codice della strada come idonei a realizzare una circolazione nel senso appena esposto, non conduce all'applicabilità dell'art. 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria nell'ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore.
Anche qualora si voglia qualificare l'attrezzo di tale sport come un veicolo, questo non è certo rientrante tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada, deducendone che, correlativamente, non è neppure assoggettato alla "disciplina dell'art. 2054 c.c., riguardante la responsabilità civile per la circolazione dei veicoli - che ha diretta derivazione e specifico collegamento con quella del codice della strada.
L'estraneità del sinistro in questione alla disciplina di cui all'art. 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria viene poi nel caso di specie ulteriormente confermata da una applicabile, vista la località in cui si è verificato l'incidente - specifica legge regionale della Regione Toscana, la L.R. 13 dicembre 1993, n. 93, che, all'art. 9, dopo avere nel comma 1 affermato che l'uso delle piste da sci è pubblico, nel comma 3 stabilisce: «Nel periodo di innevamento è vietato percorrere le piste a piedi e con mezzi diversi dagli sci, fatta eccezione per i mezzi meccanici addetti al servizio delle piste e degli impianti».
Questa norma conferma come l'apertura al pubblico, ovvero ad un numero indeterminato di persone, non sia sufficiente a rendere l'area addetta alla circolazione, poichè l'apertura può essere finalizzata ad attività del tutto diverse, come, nel caso di specie, uno sport quale lo sci.
Una cosa è l'accesso e un'altra la circolazione; l'accesso di pluralità di persone, per supportare l'applicazione della normativa suddetta, deve essere diretto alla fruizione di un'oggettiva destinazione dell'area, cioè la circolazione.

Il principio di diritto sancito dalla Corte di Cassazione
In conclusione si può affermare il seguente principio di diritto: presupposto dell'applicazione dell'art.2054 del codice civile e della correlata normativa attinente alla assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile da circolazione di veicoli è che il sinistro avvenga in un'area stradale o ad essa equiparata, onde in una pista innevata di sci, non essendo aperta per uso stradale bensì per l'esercizio di uno sport che non si avvale di un veicolo indicato dal Codice della strada per la circolazione, non può verificarsi un sinistro alle cui conseguenze risarcitorie sia applicabile la normativa suddetta e cioè la presunzione del concorso di colpa sino a prova contraria di cui all’art.2054 del codice civile né la posizione di obbligato solidale al risarcimento del danno della compagnia di assicurazione.

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
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di Marco Del zotto
Avvocato
e Maestro di Sci

Per una volta la legge (la famosa legge 363 del 2003) è chiara e dice, in sostanza, che la «signoria» delle società che gestiscono gli impianti di risalita di un comprensorio sciistico non si estende a quelle zone e a quei pendii dello skirama che non sono battute e adeguatamente attrezzate ai fini della sicurezza. Insomma: chi decide di  non scendere per una pista battuta e segnalata una volta abbandonato l’impianto di risalita ma sceglie di avventurarsi in discesa su un pendio non battuto e attrezzato, si assumerà tutta la responsabilità di eventuali conseguenze emendando nello stesso tempo il gestore dell’impianto con cui è salito in quota. Sono state ormai numerose le sentenze in sedi diverse e per diverse tipologie di accadimenti che hanno avallato questo assunto di legge. Vediamone qualcuna

«Il concessionario e il gestore degli impianti di risalita non sono responsabili degli incidenti che possono verificarsi nei percorsi fuori pista serviti dagli impianti medesimi». Così recita l’art.17 della legge n.363/2003 sulla sicurezza dei comprensori sciistici e non pare ci siano dubbi interpretativi a riguardo. Anche la giurisprudenza di merito e di Cassazione si è uniformata al precetto normativo di cui sopra che assume caratteri di logicità e buon senso rispetto agli infiniti percorsi fuori pista che qualsiasi sciatore che si avvale degli impianti di risalita, una volta arrivato in quota, può decidere di utilizzare per raggiungere di nuovo la stazione a valle. Il Tribunale di Venezia con la sentenza del 17/10/2008 n.2404 ha così statuito: «Se è vero che con il contratto atipico di skipass il gerente di un impianto di risalita offre non solo la funzione del servizio di risalita, ma altresì quella di servizio di pista, con conseguente obbligo a suo carico di manutenzione in sicurezza della pista medesima, tale obbligo contrattuale, non può estendersi anche al “fuori pista”, specie ove, come nell’ipotesi specifica in esame, le piste erano ben delimitate dalla battitura della neve».

Tra il Tribunale di Bolzano
e la Corte di Cassazione
Ma anche il Tribunale di Bolzano sempre nel 2008 ha sancito che il minore con ottime capacità sciatorie che al termine dell’allenamento di sci, contro la volontà dell’allenatore, si getta volontariamente in un fuori pista, salta oltre cinque metri e va a sbattere contro una struttura metallica è l’unico responsabile dei danni che si procura, posto che il gestore ha l’obbligo di tutelare gli sciatori unicamente sul tratto di pista battuta. Sempre a Bolzano, ancora nel 1999, con sentenza n.388, il Tribunale statuiva che lo sciatore non ha provato di essere finito fuori pista incolpevolmente, considerato che egli aveva scelto volontariamente di tagliare la curva del tracciato battuto della pista senza essere stato a ciò indotto o costretto, omettendo di restare sulla pista battuta nonché di adeguare la propria condotta.
Alla luce delle prove assunte era infatti emerso che l’infortunio era stato determinato dal comportamento imprudente e imperito della vittima che, in violazione dell’art. 2 del decalogo dello sciatore, non aveva adeguato il proprio comportamento alle condizioni atmosferiche e della neve ed era uscita, senza necessità e senza costrizione dal percorso della pista battuta, cadendo in un avvallamento che si trovava al di fuori della pista battuta con conseguente responsabilità esclusiva in capo ad essa, per aver omesso di seguire con l’attenzione e la diligenza necessarie il tracciato della pista battuta, ed esclusione di responsabilità per colpa in capo alla società di gestione.
La Corte di Cassazione con una sentenza del 2007 n.2563 ha avuto modo di esprimersi, per un caso ancora più eclatante, riferito ad uno sciatore che è andato a sbattere contro una costruzione situata nell’ambito della vasta area di arrivo della stessa pista, concludendo parimenti per l’assenza di responsabilità in capo al gestore.
Il contratto di skipass – che consente allo sciatore l’accesso, dietro corrispettivo, ad un complesso sciistico al fine di utilizzarlo liberamente ed illimitatamente per il tempo convenzionalmente stabilito – presenta i caratteri propri di un contratto atipico nella misura in cui il gestore dell’impianto assume anche, come di regola accade, il ruolo di gestore delle piste servite dall’impianto di risalita, con derivante obbligo a suo carico della manutenzione in sicurezza della pista medesima e la possibilità che lo stesso sia chiamato a rispondere dei danni prodotti ai contraenti determinati da una cattiva manutenzione della pista, sulla scorta delle norme che governano la responsabilità contrattuale per inadempimento. Ciò accade solo se l’evento dannoso sia eziologicamente dipendente dalla suddetta violazione e non, invece, ascrivibile al caso fortuito riconducibile ad un fatto esterno al rapporto contrattuale.

Il contratto di trasporto vincolato
a principi di correttezza e buona fede
Nella situazione oggetto di causa era rimasta adeguatamente accertata l’insussistenza di un inadempimento in capo alla società di gestione in virtù dell’esclusione della pericolosità della situazione creata dal gestore che aveva costruito una casetta di ricovero dell’erogatore di energia elettrica necessaria  per l’alimentazione dell’impianto di risalita a breve distanza dallo spiazzo di fermata della pista a valle e del nesso di causalità tra questa situazione e l’incidente subito dallo sciatore a seguito dell’impatto in considerazione dell’imprudente velocità adottata lungo la discesa e nella parte terminale della pista, da cui era derivata la sua collisione con la piccola costruzione, con la produzione delle conseguenti lesioni per le quali era stata intentata l’azione risarcitoria.  La responsabilità del custode, in base alla suddetta norma, è esclusa in tutti i casi in cui l’evento sia imputabile ad un caso fortuito riconducibile al profilo causale dell’evento e, perciò, quando si sia in presenza di un fattore esterno che, interferendo nella situazione in atto, abbia di per sé prodotto l’evento, assumendo il carattere del c.d. fortuito autonomo, ovvero quando si versi nei casi in cui la cosa sia stata resa fattore eziologico dell’evento dannoso da un elemento o fatto estraneo del tutto eccezionale e imprevedibile.
I principi affermati in dette sentenze danno una corretta interpretazione anche del contratto di trasporto su impianti di risalita e sull’uso delle relative piste di discesa, ai fini di un’equa e paritaria tutela dei contraenti per l’esecuzione del contratto secondo principi di correttezza e buona fede. Ne discende che il potere del gestore di intervenire per «assicurare la sicurezza degli sciatori» come puntualmente recita l’art.2 della legge nazionale sulla sicurezza trova la sua operatività limitatamente a quella che viene definita area sciabile attrezzata e sue immediate adiacenze in relazione, soprattutto, alla presenza di insidie cioè di situazioni imprevedibili per lo sciatore e non preventivamente evitabili.

La promozione del «freeride»
non assolve comunque l’utente
Il concetto di «immediate adiacenze» viene ben esplicitato in alcuni regolamenti di attuazione delle leggi regionali i quali puntualizzano addirittura sino a quanti metri oltre il bordo pista battuto e segnalato si estende il potere di signoria del gestore.Sulla base della normativa vigente e dell’amplia casistica giurisprudenziale che ha affrontato la tematica, ne consegue che per tutti gli incidenti che si verificano in fuori pista serviti dagli impianti, non può sussistere responsabilità alcuna in capo al gestore salvo che il fuori pista sia proposto dal gestore tramite apposita segnaletica e, magari, anche pubblicizzato. In queste situazioni diverso è il ruolo della società del comprensorio che propone attivamente gli itinerari fuori pista per ampliare l’offerta turistica destinata a coloro che acquistano lo ski pass.  Ad eccezione di alcune stazioni invernali che si sono orientate al freeride facendosi promotrici di sviluppare percorsi fuori pista non battuti dai gatti delle nevi ma attrezzati,  ben individuati e anche classificati in base alla loro difficoltà, rimane ferma nel nostro ordinamento giuridico la regola che se uno sciatore volontariamente decide di uscire dal percorso tracciato per affrontare un fuori pista se ne assume tutte le responsabilità in applicazione del principio di accettazione del rischio che regola tutte le attività libere come lo sci che, speriamo, rimanga tale a lungo.