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Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
Category: Portfolio
 

Sergio Tiezza
Presidente ANITIF

 




Ingegneri in Laguna
tra tecniche funiviarie e «acqua alta»

La visita ai lavori per il famoso «MOSE», controverso ma comunque ammirevole esempio di progettualità, ha chiuso i lavori dell’assemblea annuale, a sua volta ultimo appuntamento istituzionale di un’altra stagione invernale dall’andamento altalenante

Con la sua annuale assemblea di tarda primavera tenuta a Chioggia il 26 /27 maggio, è stata l’Associazione Nazionale Italiana Tecnici Impianti a Fune a celebrare l’ultimo appuntamento ufficiale con cui si è chiusa la stagione invernale 2016/17 e anche la stagione editoriale di «professione Montagna». In questo ultimo numero, tra tanti altri servizi, raccontiamo l’assemblea annuale dell’ANEF; parliamo delle novità emerse dai saloni di Prowinter e Interalpin raccogliendo i commenti e le valutazioni delle aziende sull’andamento commerciale della stagione; realizziamo una panoramica dell’inverno dal punto di vista turistico con una raffica di interviste e dati che mandano in archivio un’altra stagione matta, avara di neve in certe regioni, generosa in altre. E adesso, appunto, chiudiamo con l’ANITIF, di cui siamo stati ospiti a Chioggia. Nella località lagunare, i lavori congressuali guidati dal presidente Sergio Tiezza e dal segretario Andrea Boghetto si sono svolti alla presenza di 35 associati, partecipazione da considerare ottima se rapportata al numero dei 128 membri totali di cui è composta oggi l’Associazione dei tecnici funiviari. Come ormai consuetudine da qualche anno, l'incontro è stato suddiviso in due diverse parti: una prima dedicata alla lettura della relazione del presidente (che riportiamo integralmente nelle pagine che seguono) e l'altra alle relazioni da parte di alcuni associati. Si è trattato ovviamente di argomenti squisitamente tecnici (come d’altra parte richiede la natura professionale dell'associazione) ma comunque, a nostro avviso, quest'anno particolarmente interessanti.  Nella tabellina di questa pagina riportiamo i titoli degli interventi riservandoci di pubblicare il singolo intervento nella sua interezza nei numeri autunnali della rivista. Dopo l'approvazione all'unanimità del bilancio al 31 dicembre 2016 si è passati alla votazione relativa alla quota associativa rimasta (secondo una decisione unanime) ferma allo scorso anno 2017. La giornata si è conclusa con una cena conviviale. La mattinata del giorno seguente è stata dedicata alla visita delle opere del «MOSE», acronimo di «MOdulo Sperimentale Elettromeccanico»: lavori faraonici, iniziati nel lontano 2003,  che prevedono, nel volgere di un paio d'anni, la definitiva messa in sicurezza di Venezia dal fenomeno dell'«acqua alta» noto al mondo intero, per certi versi divertente per i turisti, meno vivibile per le decine di migliaia di abitanti che popolano la laguna. Dai commenti della nostra guida è emerso il rammarico di vedere emergere dai «media», purtroppo troppo spesso, solo gli aspetti legali e penali legati a veri o presunti illeciti relativi all’opera, dimenticando totalmente il lavoro importante di ingegneria civile, ambientale e idraulica messo in atto. Un'opera unica sia in termini progettuali che esecutivi che il mondo scientifico ci riconosce e ci invidia.

La relazione del presidente

«Il nostro costante impegno è al servizio
dell’efficienza nel mondo dell’impiantistica»

Ecco il testo della relazione ufficiale che il presidente della Associazione Nazionale Italiana Tecnici Impianti a Fune ha svolto durante i lavori della assemblea ordinaria tenutasi a Chioggia il 26 e 27 maggio. Sergio Tiezza è partito da una valutazione sulla situazione interna dell’Associazione per riaffermare la volontà di essere protagonisti su tutti quei fronti tecnici, giuridici, legali che attengono all’attività di gestione degli impianti del trasporto a fune. Dai rapporti con il Ministero dei Trasporti alla revisione del Decreto Esercizio e del Decreto Infrastrutture, dalla puntualizzazione della figura del Direttore dell’Esercizio ai temi della sicurezza e dei «trasporti particolari», il ruolo dell’ANITIF è quello di portare competenza ed esperienza per la migliore risoluzione di ogni problema di attualità

Gentili ospiti e carissimi soci, dopo una parentesi nel meraviglioso entroterra toscano, il Consiglio Direttivo ha deciso, per il nostro incontro annuale, un ritorno al  mare e soprattutto ai suoi apprezzati sapori. Mi auguro che Chioggia e in particolare la sede di quest’assemblea sia di gradimento per tutti e lo siano anche le iniziative a corollario dell’odierna riunione.
Qualcuno sarà sorpreso di vedermi ancora nella posizione apicale della associazione, sicuramente lo sono io, visto che già dopo l’elezione del 2014 avevo annunciato che sarebbe stato il mio ultimo mandato. Proposito ribadito poi durante la scorsa assemblea elettiva e soprattutto al successivo affollato Consiglio che aveva il compito di scegliere la nuova leadership. Innanzitutto colgo l’occasione per ringraziare i consiglieri, anche a nome dell’Associazione, per l’assiduità a partecipare alle sedute. Abbiamo infatti sempre raggiunto un numero di presenze intorno al 95% e questo è motivo di orgoglio non solo per chi dirige e organizza queste riunioni, ma credo soprattutto per chi ha scelto la rappresentanza.

Le conclusioni positive
della dialettica interna
Come molti di voi già sapranno, l’ultima seduta elettiva è stata preceduta da un clima non proprio sereno. Fra i consiglieri c’è stato, via mail, un sostenuto scambio di opinioni sulle modalità di scelta del nuovo Presidente. In particolare, opinioni diverse sull’utilizzo o meno delle deleghe e sulla interpretazione dello statuto. Mi è sembrato quindi opportuno a quel punto ricordare ai consiglieri che in più di trent’anni di partecipazione al Consiglio, tutte le elezioni erano avvenute per acclamazione o comunque con grande condivisione, senza polemiche di alcun tipo e questo era quello che mi auguravo avvenisse anche in quella occasione. Il nostro segretario Andrea Boghetto, conoscendo da tempo le mie intenzioni, aveva in precedenza consultato telefonicamente tutti i consiglieri per capire quale fosse l’orientamento generale in vista dell’elezione evitando così fastidiose discussioni durante la riunione, ma purtroppo queste consultazioni non hanno dato esito positivo. In pratica non sono emerse nuove candidature condivise, mentre veniva palesemente auspicata, probabilmente vista come male minore, una mia rielezione. Alla luce di tutto questo, il Consiglio mi ha chiesto un ulteriore sforzo personale per coprire altri due anni di presidenza. La richiesta è stata così calorosa e unanime da non permettermi una risposta negativa e quindi eccomi qua. Da quanto emerso durante la seduta di Consiglio questo nuovo mandato dovrebbe soprattutto servire ad individuare e preparare una nuova candidatura già dalla prossima assemblea elettiva, candidatura necessaria per il giusto progredire dell’Associazione. Ricoprire per molti anni una carica come quella di Presidente ha degli indubbi vantaggi perché si è col tempo acquisito l’indispensabile esperienza per farsi valere in determinati contesti, ma ha lo svantaggio di far perdere la determinazione per l’innovazione, per la ricerca di nuove prospettive. Quindi vi annuncio che questo sarà veramente l’ultimo mandato. Altre direttive emerse dal Consiglio sono quelle di cercare un maggiore coinvolgimento dei Vicepresidenti nei rapporti con altri enti e di aumentare l’attrattiva dell’Associazione nei confronti di associati e non associati, migliorando opportunamente il servizio dato, tenendo ovviamente conto delle inevitabili diversità territoriali. Le altre cariche istituzionali sono state affidate ai colleghi Franco Torretta e Marco Cordeschi come vice Presidenti, mentre Andrea Boghetto è stato riconfermato alla segreteria. Va detto che, nonostante tutto, le discussioni che hanno preceduto la mia ennesima elezione, hanno portato a delle conclusioni positive. Fra l’altro, ci si è accorti che è assolutamente necessario rinfrescare lo statuto e renderlo più vicino alla nostra realtà ed alle nostre attuali esigenze. A tale scopo, è stato creato all’interno del Consiglio un gruppo di lavoro formato da Levi, Torretta e Cordeschi che hanno il compito di modificare e rendere operativo il nuovo statuto entro la prossima assemblea elettiva. Nel corso dell’odierna seduta i colleghi incaricati ci ragguaglieranno sulle modifiche che intendono apportare.

I rapporti problematici
con il Ministero dei Trasporti
Come avete potuto vedere dai verbali che vi vengono regolarmente inviati, sono molti gli argomenti trattati nelle nostre sedute di Consiglio. L’ordine del giorno è diventato quasi superfluo, perché è ormai prassi che si discuta soprattutto sulle problematiche tecniche riscontrate dai consiglieri durante le loro attività o riferite da altri colleghi.  Approfittando poi del notevole livello culturale dei componenti del Consiglio, queste tematiche trovano sempre una valida risoluzione che diventa poi utile a tutti gli associati.
Qualche volta gli argomenti trattati richiedono necessariamente un intervento presso gli organi di sorveglianza, in particolare presso gli Uffici competenti del Ministero dei Trasporti e qui purtroppo cominciano gli intoppi, perché non solo è molto difficile far accettare le nostre istanze, ma peggio è che molto spesso non riceviamo nemmeno una risposta, che sia essa positiva o negativa. Questo è successo, per esempio, con un problema sollevato da un nostro collega in merito agli UCI da attribuire ai Direttori di Esercizio degli impianti di categoria C e D. Il tutto è nato da un quesito dell’USTIF Lazio al Ministero, sull’argomento in questione. La loro risposta sostanzialmente sostiene che, quando il Direttore dell’esercizio svolge esclusivamente le sue funzioni per le categorie di impianti C e D, la limitazione degli UCI è pari a 25.  Quindi sembrerebbe che, raggiunto limite di 25 UCI con ascensori e sciovie, non si possa più ricevere un ulteriore incarico di direzione per questa tipologia di impianti, ma nulla vieterebbe l’assunzione, per esempio, della direzione di ulteriori 6 funicolari o 6 bifuni. Basta, in questo caso, rimanere sotto il limite dei previsti 50 UCI. A noi sembra un assurdo.
A nostro parere invece, l’interpretazione giusta del DM 18.02.2011 è quella che l’esercente, secondo la dimensione e l’organizzazione della sua azienda, ha la facoltà di scegliere se gestire i suoi impianti con il Responsabile dell’esercizio, accompagnato da un Assistente Tecnico, com’era imposto dal vecchio decreto 1533, oppure scegliere il sistema introdotto dal nuovo DM, che prevede un Capo servizio assistito da un Direttore dell’esercizio. Questa possibilità è stata proprio voluta da noi, per rendere omogenee tutte le categorie di impianti. Faccio notare che per il nuovo regime è basilare la nomina del Capo servizio per qualsiasi categoria, anche quella D. La citata risposta del Ministero all’USTIF nega invece, secondo noi ingiustamente, questa possibilità. Comunque è evidente che c’è qualcosa che non funziona nella situazione presentata dal nostro collega: non si può pretendere di poter raddoppiare il proprio limite di UCI e quindi il numero degli incarichi, modificando solo il proprio titolo da Responsabile a Direttore senza aggiungere una contropartita, in questo caso il Capo servizio. Naturalmente abbiamo immediatamente fatto presente al Ministero le incongruenze della loro interpretazione e recentemente anche sollecitato un loro ripensamento ma a tuttora non c’è giunta una risposta ufficiale.  

Il nostro contributo al
nuovo Decreto Esercizio
Un argomento che ci ha impegnati per parecchio tempo è il nuovo Decreto Esercizio.  Purtroppo molto lunga è stata anche l’attesa per la sua emanazione. Come già detto durante la scorsa assemblea, quindi un anno fa, il gruppo di lavoro di cui facevamo parte, ha terminato i lavori affidati dallo stesso Ministero e il testo definitivo è passato al vaglio della Commissione FAT. In seguito, nonostante si tratti di esercizio, quindi di esclusiva competenza dello Stato membro, è stato inviato a Bruxelles, da dove comunque è ritornato con qualche breve osservazione non prescrittiva. Poi sembra sia stato inviato al Ministero per lo sviluppo economico. Al momento di concludere la redazione della presente relazione, sembra che il testo sia stato finalmente inviato alla Gazzetta Ufficiale per la dovuta pubblicazione.  La nostra Associazione, nel frattempo, si è presa l’impegno di rielaborare i libri giornale e redigere i nuovi registri di controllo e manutenzione. Nell’apposito gruppo di lavoro, con me operano i colleghi Torretta, Gasser e Boghetto, oltre al p.i. Zelger della provincia di Bolzano. Il lavoro è sostanzialmente terminato e sarà messo presto a disposizione del Consiglio per le opportune osservazioni. Per il registro di controllo e manutenzione però, è assolutamente necessaria una condivisione con tutti gli operatori del settore. Chiederemo, quindi, quanto prima, un confronto con le ditte costruttrici e poi lo consegneremo al vaglio del gruppo di lavoro del Ministero istituito per il decreto esercizio. Il confronto con le ditte costruttrici è necessario soprattutto per far modificare gli attuali manuali di manutenzione che contengono molte contraddizioni e in alcuni casi sono, a nostro avviso, troppo rigidi nei controlli. Per la necessaria rielaborazione del Regolamento di Esercizio, l’incarico è stato affidato all’ Ufficio Infrastrutture Funiviarie della Valle d’Aosta diretto dall’ing. Zoppo, a noi il compito di presentare le opportune osservazioni.

Revisioni, adeguamenti
tecnici e varianti costruttive
Il Decreto Esercizio, nella fase di stesura e presentazione, conteneva anche il capitolo dedicato alle revisioni periodiche, adeguamenti tecnici e varianti costruttive. Probabilmente, prevedendo il lungo iter per l’emanazione, il capitolo citato è stato stralciato e sostituito da un apposito DM, non privo comunque di qualche intoppo. Parlo ovviamente del D.M. 203/2015, che fra l’altro ha modificato i termini temporali previsti nel vecchio D.M. 2 gennaio 1985 n. 23, per l’effettuazione delle revisioni periodiche degli impianti costruiti prima dell’entrata in vigore della Direttiva 2000/9/CE. In particolare per le sciovie la revisione generale viene spostata dal 10° al 15°, per le seggiovie a collegamento permanente dal 15° al 20° anno. Nella documentazione predisposta dal gruppo di lavoro per il nuovo Decreto Esercizio e proposta alla discussione in sede di Commissione FAT, trovava spazio uno specifico capitolo che riguardava le norme transitorie con le indicazioni di tutte le possibili situazioni previste. In particolare c’era scritto:
«Per armonizzare le nuove scadenze delle revisioni generali e quinquennali con le precedenti previste dal decreto ministeriale n. 23/85, …….si precisa che:
l    le funivie monofune con movimento unidirezionale continuo a collegamento permanente dei veicoli e per gli impianti assimilabili che hanno effettuato la prima revisione generale del 15° anno (eventualmente prorogata) effettueranno la seconda revisione generale entro il 30° anno…;
l    per le sciovie e per gli impianti assimilabili che hanno effettuato la prima revisione generale del 10° anno (eventualmente prorogata) effettueranno la seconda revisione generale entro il 30° anno…»
Purtroppo, non se ne conosce il motivo, questo capitolo è scomparso dal testo definitivo, creando una situazione penalizzante per alcune società esercenti che hanno effettuato da poco la revisione generale secondo le scadenze del vecchio DM e che si trovano ora, a pochi mesi di distanza, a dover effettuare un secondo pesante intervento, quello previsto dal nuovo DM 203. Abbiamo ovviamente condiviso con l’ANEF una istanza al Ministero, con la richiesta di integrare la normativa per ovviare quanto prima a questa incongruenza.

Il tema del
«Trasporto particolare con impianti a fune»
Su iniziativa del nostro segretario, abbiamo impostato uno studio su un argomento denominato «Trasporto particolare con impianti a fune», inteso come trasporto diverso da quello codificato dall’ emanando Decreto Esercizio, ma non per questo meno importante. Il compito che ci siamo posti è quello di trovare per questi particolari e sempre più frequenti trasporti, come per esempio il trasporto in quota del personale di società o dei dipendenti di un rifugio, il trasporto notturno per cene private o manifestazioni turistiche, la movimentazione dell’impianto per la manutenzione ecc., almeno una modalità di esercizio condivisa non solo dai nostri associati ma anche dalle altre categorie coinvolte come Esercenti e Autorità di sorveglianza. Per questo motivo il testo elaborato da Boghetto, Torretta e dal sottoscritto, visto e commentato dal Consiglio, è stato presentato alla riunione periodica delle Autorità di sorveglianza e associazioni di categoria per le eventuali osservazioni. È inutile sperare in un irraggiungibile avvallo legislativo, il nostro obiettivo è, dopo la condivisione nella sede citata, l’emanazione di un testo sotto forma di vademecum per i responsabili del trasporto particolare.  Sicuramente sarà un passo avanti verso quell’obiettivo che ci siamo da tempo posti e che è: la giusta definizione, in tutte le situazioni prevedibili, del ruolo di Direttore dell’esercizio. Purtroppo c’è ancora chi, memore di vecchie circolari esplicative del DPR 573, ci confonde con il «dirigente» per la sicurezza, senza tener conto di quanto introdotto e modificato dal DPR 81 del 2008. Secondo la comune interpretazione, per dirigenti s’intendono quei dipendenti che hanno il compito di impartire ordini ed esercitare la necessaria vigilanza, in conformità alle scelte di politica d’impresa adottate dagli organi di vertice. Essi rappresentano, dunque, l’alter ego del datore di lavoro, nell’ambito delle competenze loro attribuite e nei limiti dei poteri decisionali e di spesa loro conferiti. Questa affermazione non è ovviamente farina del mio sacco, ma ho fedelmente trascritto quanto contenuto in una sentenza della Cassazione. Come si evince, quel dirigente non ha nulla a che vedere con il Direttore dell’esercizio. Nulla vieta che il professionista che assume l’incarico di Direttore dell’esercizio, possa anche svolgere in seno alla stessa azienda altre mansioni, l’importante è che sia ben definito ciò che comporta un incarico rispetto a un altro.

La figura, i doveri e i diritti
del  «Direttore dell’esercizio»
Le maggiori incomprensioni sulle nostre competenze nascono sicuramente nel mondo della sicurezza sul lavoro, ma non solo. Recentemente un nostro collega ci ha chiesto quali dovrebbero essere le prestazioni professionali legate alla nomina di Direttore dell’esercizio. La domanda del collega nasce in seguito alla pretesa di un esercente pubblico, in occasione di una revisione generale, di prestazioni come il calcolo del quadro economico, la redazione del piano della sicurezza di cantiere, la redazione del capitolato d’appalto, l’assunzione delle funzioni di coordinatore della sicurezza in fase esecutiva, la direzione dei lavori e la redazione del documento economico per la liquidazione dei lavori, tutto all’interno della nomina a Direttore dell’esercizio e soprattutto senza variazioni di parcella. Per dare una risposta, abbiamo preso come riferimento il DM 18/02/2011, che fissa in modo inequivocabile i compiti di un Direttore dell’esercizio. In particolare in occasione delle Revisioni Speciali e Generali egli deve programmare e predisporre i controlli ritenuti necessari e le eventuali sostituzioni dei componenti usurati, tenendo conto di quanto previsto dal Manuale di uso e manutenzione e dal piano dei controlli. Successivamente deve controllare l’avvenuta esecuzione del programma stabilito. Sostanzialmente se la revisione è «conservativa», cioè non è richiesta alcuna modifica, ma solo controlli e qualche sostituzione eseguita magari dalla stessa società esercente, potrebbe non essere nemmeno necessaria la nomina di un Direttore dei Lavori e quindi tutto può rimanere nell’ambito compiti del Direttore dell’esercizio. Se invece l’intervento è più «pesante» e prevede modifiche significative, che richiedono l’intervento di più ditte: edili, meccaniche, elettriche ecc. con predisposizione di un appalto d’opera, allora è necessaria almeno la nomina del Direttore dei Lavori e del Coordinatore della Sicurezza e questi incarichi non necessariamente sono assunti dal Direttore dell’esercizio. Se così fosse, presupponendo che egli abbia i necessari requisiti, sono assolutamente incarichi da considerare extra contrattuali, cioè non previsti nelle normali mansioni del Direttore dell’esercizio e quindi di conseguenza remunerati a parte. Per evitare contenziosi con la ditta esercente, sarebbe comunque opportuno, in fase di stesura di contratto, non fare solo riferimento ai disposti di legge, ma chiarire in modo esplicito le prestazioni professionali offerte, magari anche facendo riferimento al citato documento dei «trasporti particolari».

Tutti insieme al lavoro
sul Decreto Infrastrutture
L’assemblea annuale è l’occasione per presentare agli associati e soprattutto a quelli che potrebbero diventarlo, l’attività svolta nel corso dell’anno. Ringraziamo la stampa specializzata che ci aiuta in questo compito.
Oltre a quanto già detto, ci siamo occupati della revisione del Decreto Infrastrutture. Per questo particolare lavoro, abbiamo deciso di dividerci i compiti fra membri del Consiglio, a seconda dell’argomento e delle reciproche competenze. In specifico, io cerco di essere presente a tutte le sedute con il compito di individuare, anche con l’aiuto degli altri consiglieri, i punti sui quali è opportuno intervenire. Levi si sta occupato della revisione dei criteri di calcolo delle opere civili, Boghetto ha seguito l’evolversi della nuova bozza di norma EN riguardo l’antincendio, che sarà poi riportata nel capitolo 8 del DM e Canessa sta seguendo la revisione del capitolo 17 (Antinfortunistica), confrontando fra l’altro la nostra situazione con quella di altri stati membri. Su quest’ultimo argomento l’ANITIF ha da tempo predisposto un dettagliato documento dove si evidenziavano le situazioni di lavoro e le opere strutturali che non possono essere conformate al D. Lgs. 81/2008. Il nostro obbiettivo è quello di far adeguare per quanto possibile il capitolo 17 alla realtà che abbiamo evidenziato nel citato documento. 
La revisione del DM infrastrutture in sostanza non è altro che un recepimento delle nuove norme EN, anzi si tenterà di introdurre uno strumento che in futuro aggiorni automaticamente il testo, seguendo le varie modifiche a venire delle EN, senza dover aspettare ogni volta l’emanazione di documento ufficiale da parte del Ministero. Non seguono questa prassi, perché nel resto d’Europa non se ne sono mai occupati, i capitoli riguardanti gli attraversamenti degli impianti con tubazioni in pressione e quello dei riposizionamenti. Il primo argomento non è ancora stato trattato, il secondo è in fase di stesura. Il riposizionamento degli impianti è un fenomeno in espansione. Il motivo è che, in questo periodo di crisi economica, molte società esercenti non si possono permettere la costruzione di un impianto nuovo e, quelle che ci riescono vogliono giustamente realizzare un utile sull’usato, coinvolgendo le ditte costruttrici che, loro malgrado, hanno dovuto specializzarsi in questa pratica. Si prospettano quindi situazioni prima impensate: riposizionamento parziale con aggiunta di componenti nuovi, riposizionamento di un impianto con materiale proveniente da due demolizioni, una demolizione che può fornire componenti a più impianti, ecc. Non è quindi semplice normare quest’argomento lasciando da una parte la maggiore libertà possibile sull’utilizzo d’impianti o componenti non obsoleti e dall’altra garantire la massima sicurezza dell’impianto riposizionato. Comunque, dato che questa situazione offre indubbie possibilità di lavoro per i nostri associati, è nostra intenzione seguirla in modo accurato.

La Commissione Funivie:
un organo da rigenerare
La nostra, per altro assidua, partecipazione alla Commissione Funivie è una nota un po’ dolente. È ormai noto a tutti che le associazioni di categoria, ACIF, ANEF, FEDERFUNI e ANITIF sono ammesse in Commissione solo in qualità di uditori e in certe situazioni, credetemi, è molto difficile rimanere zitti. I lavori molto spesso si impantanano in discussioni obsolete che riguardano molto spesso progetti standard che, a nostro avviso, potrebbero essere tranquillamente evasi dagli Uffici periferici. Oltretutto non riceviamo gli atti ufficiali dell’ordine del giorno e il verbale di seduta e questo ovviamente rende difficile poter relazionare agli associati. È giusto ricordare che tutte le associazioni avevano più volte auspicato il ricostituirsi di una Commissione Funivie, ritenendo che potesse essere molto utile al nostro settore, e di tale parere restiamo. Siamo infatti convinti che una Commissione efficiente e costruttiva possa e debba essere un valido strumento di appoggio a tutti i componenti del settore ed essere utile per lo sviluppo dell’inventiva e attività imprenditoriale italiana, nel completo rispetto della sicurezza.  In caso contrario invece la Commissione rischia di diventare un inutile appesantimento burocratico con la conseguenza di frenare inutilmente i lavori di tutti, spesso con gravi conseguenze anche economiche. Questi concetti sono stati riportati in una lettera condivisa dalle quattro associazioni e inviata ai vertici della Commissione. Nella lettera abbiamo fra l’altro evidenziato che uno dei problemi è la mancanza di sufficiente conoscenza della materia funiviaria da parte di molti componenti la Commissione. La presenza di illustri, preparati e competenti professori universitari è sicuramente molto utile, ovviamente per i settori di specifica competenza, ma riteniamo che i comitati relatori, come costituiti finora, abbiano avuto un numero insufficiente di persone di comprovata esperienza nel settore specifico funiviario, senza la partecipazione delle quali si rischia di perdere di vista gli aspetti principali da esaminare e discutere. Con più esperti funiviari, affiancati opportunamente dai professori universitari, secondo il progetto da esaminare, si potrebbe dare maggiore responsabilità e fiducia ai comitati relatori. I dettagli dovrebbero essere sviscerati a questo livello, portando in Commissione solo dubbi o richieste di chiarimento su questioni fondamentali o di principio.  Eventuali perplessità o richieste di approfondimento, giustificate da validi motivi da parte della Commissione, dovrebbero essere rinviate ad un confronto tra il relatore o il comitato relatore e il progettista o la ditta costruttrice. Riteniamo quindi assolutamente necessario che, oltre ad altri esperti reperibili nel settore dello stato e delle provincie e regioni autonome (in aggiunta ai pochi già presenti), siano inseriti «esperti» che trattano giornalmente questi aspetti: progettisti, esercenti, manutentori, rappresentanti di ditte costruttrici, direttori di esercizio. Ovviamente abbiamo dato la nostra disponibilità per individuare le persone con queste caratteristiche che possono dare ai Comitati relatori il loro prezioso contributo. Non mi risulta ci sia stata a tutt’oggi una risposta alla citata lettera, nonostante sia stata inviata a più indirizzi.

Il caso dell’esame
magnetoinduttivo delle funi
Fra i vari progetti discussi in Commissione Funivie, cito quello relativo alla richiesta di approvazione degli apparecchi aperti per l’esame magnetoinduttivo delle funi, per il quale abbiamo delegato il consigliere Toros come nostro rappresentante nel comitato relatore. Ad eccezione di quanto in precedenza scritto, o meglio, a conferma che quanto da noi suggerito è nel giusto, questo comitato ha lavorato bene, presentando un documento molto chiaro e dettagliato, rendendo così minima la richiesta di chiarimenti in Commissione. La documentazione presentata dal comitato relatore dimostra l’efficienza dello strumento aperto anche per standard di esame superiore a quello richiesto dal CEN. Ciononostante i funzionari ministeriali non hanno voluto approvare lo strumento esaminato, demandando la convalida ufficiale all’Ente europeo. Comunque, anche se non omologato, l’utilizzo di questo tipo di strumento può essere di aiuto al Direttore dell’esercizio, considerato che è sua competenza trovare dei metodi introspettivi per evitare di adottare una scadenza più ravvicinata tra gli scorrimenti delle funi portanti. Abbiamo quindi chiesto alla Commissione di rendere perlomeno ufficiale il risultato positivo di questo specifico progetto. Comunque con quest’ultimo lavoro, nel caso specifico avevamo incaricato a rappresentarci il collega Toros, abbiamo dimostrato che la nostra presenza può essere molto utile.   Cercheremo, quindi, di inserire un nostro esperto nei comitati che tratteranno argomenti d’interesse per la nostra categoria. È l’unico modo per dire la nostra, dato che in Commissione possiamo solo ascoltare. Per questo motivo, nel neo comitato istituito per il soccorso integrato per il Funifor, abbiamo chiesto di poter partecipare con Boghetto.

L’ingresso nell’OITAF
e alcuni doverosi «grazie!»
Recentemente la segreteria dell’OITAF ci ha chiesto se volevamo presentare la nostra candidatura per entrare nel Consiglio di questa prestigiosa organizzazione internazionale. Abbiamo ovviamente accettato con entusiasmo. A giugno, in occasione del congresso di Bolzano sapremo se la nostra candidatura sarà accettata. Se ciò dovesse avvenire, sedere sullo stesso tavolo con rappresentanti delle Autorità, degli Esercenti, delle Università e dei Costruttori di tutto il mondo, significherebbe aver ottenuto un riconoscimento internazionale molto gratificante per la nostra Associazione, soprattutto dopo i recenti positivi accrediti acquisiti in ambito nazionale.
Colgo l’occasione per ringraziare il nostro indispensabile segretario che ha organizzato in modo impeccabile sia le sedute di Consiglio che l’attuale assemblea. Andrea è sempre disponibile anche a rappresentarci nelle varie commissioni  dell’UNI e della Comunità Europea e se si presenterà l’occasione, darà sicuramente il suo apporto in ambito OITAF. Mi preme ricordare che anche questa volta, per la scelta della location assembleare e soprattutto per la cena di questa sera, ci siamo affidati alla competenza ed esperienza del nostro Claudio Molinari e della sua compagna Marisa, che ovviamente ringrazio. Ormai sono una garanzia assoluta.
Ringrazio tutti i soci che con encomiabile generosità hanno raccolto l’invito dell’Associazione per un comune gesto di solidarietà nei confronti delle popolazioni duramente colpite dal terremoto in centro Italia. Uno dei centri maggiormente danneggiati è stato il comune di Ussita, ove è sindaco il nostro consigliere Rinaldi. Molti di noi, nei primi momenti drammatici dell’evento, hanno cercato di dimostragli la vicinanza e la solidarietà contattandolo telefonicamente. Poi, su sollecitazione di un consigliere e con l’organizzazione della segreteria, siamo riusciti a raccogliere fra gli associati una significativa somma di denaro che abbiamo affidato al collega Rinaldi che come primo cittadino saprà sicuramente come opportunamente impiegarla.

Un addio agli amici scomparsi;
un «benvenuto» ai nuovi soci
Prima di concludere, vorrei ricordare che nel corso dell'ultimo anno è purtroppo scomparso il collega ed amico Emilio Migliorini, noto professionista funiviario e titolare dello studio Montecno di Bolzano. Emilio ha profuso il suo esemplare impegno su quasi tutte le montagne d’Italia e proprio su una di esse ha trascorso gli ultimi attimi della vita. Le sue opere rimarranno nella nostra memoria. È recentemente deceduto anche l’ing. Maurizio Thaon di Revel di Torino. Figura di alto prestigio, già nostro collega ed ex presidente dell’ANITIF nel decennio a cavallo degli anni 80. Lo ricordo con nostalgia perché era proprio lui Presidente dell’Associazione quando da giovane sono entrato a far parte dell’ANITIF.  Alla memoria dei colleghi scomparsi un sincero ringraziamento per quanto hanno fatto per il nostro settore, li ricorderemo con grande affetto e stima. Rinnovo alle loro famiglie le mie condoglianze e di tutti gli associati dell’ANITIF. Per concludere una nota statistica: nell’ANITIF ci sono 8 nuovi soci, precisamente gli ingegneri Martin Oberhuber, Luca Rossi, Michele Romeo, Daniele Pignatelli, Elias Pezzedi, Gianni Baldessari, Gian Paolo Tondetta e Antonio Rozza, che portano a 128 il numero degli iscritti. Auguro ai nuovi arrivati di trovare nell’associazione una struttura che possa essere di aiuto alla loro futura vita professionale.
Vi ringrazio per l’attenzione e auguro a tutti una buona permanenza a Chioggia.

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
Category: Portfolio
Tags: Osservatorio legale
 

la responsabilità della Scuola di Sci

Una recentissima e importante sentenza della Corte di Cassazione ha posto la parola fine al «caso» di un infortunio occorso diversi anni fa ad un bambino che stava partecipando, in un gruppo di altri coetanei, ad una lezione condotta da una maestra di sci. Il fatto era accaduto in una giornata seguita ad una abbondante nevicata e su un sentiero di collegamento dal fondo non battuto. Nel 2010, in primo grado, il Tribunale di Bolzano aveva accettato la richiesta di risarcimento avanzata da parte dei genitori; questa sentenza era stata totalmente riformata dalla Corte d’Appello di Trento che non aveva ritenuto di poter addebitare colpe oggettive nella condotta della maestra di sci. Il ricorso in Cassazione del genitore, fondato al contrario su valutazioni plausibili circa l’inadeguatezza del comportamento professionale dell’insegnante, ha condotto l’Alta Corte ad accogliere l’istanza sottolineando anche alcuni errori contenuti nella sentenza d’Appello. L’interesse di questo «caso» è dato dall’individuazione da parte della Corte delle cosiddette circostanze rilevanti e non rilevanti sotto il profilo probatorio che assumono valore un po’ in tutti gli incidenti sciistici, anche se l’infortunio non riguarda un allievo durante una lezione di sci

di Marco Del Zotto
avvocato e maestro di sci

Pur essendosi conclusa una stagione invernale caratterizzata in molte località dal massiccio utilizzo di neve artificiale, la macchina della giustizia italiana non conosce pause e continua, sempre più prolifera, a produrre sentenze che affrontano le più svariate dinamiche di incidente. Molto interessante, sotto il profilo strettamente giuridico, appare una recentissima sentenza della Corte di Cassazione del 23 marzo 2017 che affronta il tema della responsabilità della Scuola di Sci in caso di incidente occorso all’allievo durante una lezione. Viene ribadito ancora una volta un orientamento «protezionistico» del nostro ordinamento verso il «consumatore» ma ci sono passi della sentenza che consentono ugualmente alle scuole di sci di potersi adeguatamente difendere se, fin dall’inizio, la gestione del sinistro avviene con attenzione e meticolosità.

Il fatto, la richiesta di risarcimento,
le sentenze di primo e secondo grado
La Corte d'appello di Trento, Sezione distaccata di Bolzano, in totale riforma della sentenza del Tribunale di Bolzano del 2010 che aveva accolto la domanda risarcitoria proposta dal genitore esercente la potestà sul proprio figlio minore, per le lesioni subite a seguito di incidente sciistico durante una lezione di sci «collettiva», respingeva la domanda, ritenendo che non vi fosse l'inadempimento da parte della maestra di sci che aveva diligentemente svolto la prestazione cui era tenuta e, comunque, stante l'assenza di colpa della stessa e della scuola sci cui essa apparteneva. Il genitore ricorre avanti la Corte di Cassazione e le doglianze alla decisione negativa della Corte d’Appello che aveva rigettato la domanda risarcitoria possono così riassumersi:
1.    Erronea applicazione della legge in ordine alla circostanza che la Corte d’Appello aveva ritenuto sufficiente ad escludere l'inadempimento e la negligenza della maestra, la prova dell'adeguatezza della pista percorsa rispetto alla capacità sciistica del minore. La prova in questione doveva ricomprendere anche l'adeguatezza della soglia di vigilanza del maestro su qualsiasi pista. Il maestro non soltanto doveva infatti scegliere una pista adeguata, ma doveva anche operare secondo le specifiche circostanze ed intervenire quando un allievo si trovi in difficoltà, nonostante la pista sia in ipotesi adeguata. La prova liberatoria che incombeva sulla maestra e sulla scuola di sci non era stata fornita, perchè nessuno dei testimoni aveva visto l'incidente e quindi nessuno poteva sapere se, al momento del sinistro, la maestra stesse vigilando o meno.
2.    Omesso esame circa un fatto decisivo per aver la Corte d'Appello ritenuto che l'incidente occorso si fosse verificato su una pista e non, invece, al di fuori di essa. Non si trattava, infatti, di una regolare pista da sci, ma di un «sentiero» stretto e tortuoso. Ciò risultava sia dalle testimonianze acquisite, in particolare quella di un Carabiniere intervenuto sul luogo, sia dallo stesso rapporto redatto dai Carabinieri nell'immediatezza del fatto, ove si legge che il sinistro è avvenuto fuori pista, con neve fresca, dopo una curva e dopo un dosso. Da detto rapporto emergerebbe altresì che il bambino sia stato rinvenuto «nel bosco lungo i salti del percorso».
3.    Erronea applicazione della legge per avere la Corte d'appello ritenuto acquisito al giudizio il fatto che il minore fosse caduto, quasi da fermo, per avere incrociato le punte degli sci e non avere invece ritenuto acquisito al giudizio il fatto che non fosse stata fornita la prova della dinamica del sinistro. La decisione è erronea perchè il primo giudice nulla aveva detto sulla dinamica del sinistro che, per l’effetto, era rimasta «ignota». La Corte d'appello ha quindi errato nell’entrare nel merito della ricostruzione della caduta affermando che il minore era caduto perchè aveva incrociato le punte degli sci quando la dinamica «ignota» non era stata oggetto di impugnazione e avrebbe dovuto quindi non più essere oggetto di valutazione essendo attività preclusa processualmente.

La ricostruzione del processo
da parte della Corte di Cassazione
I motivi su cui è fondato il ricorso in Cassazione possono essere esaminati congiuntamente e sono, nel loro complesso, fondati. La Cassazione ricostruisce il percorso argomentativo della Corte d’Appello come segue:
 1) poichè l'iscrizione e l'ammissione di un minore ad un corso di sci collettivo comporta il sorgere di un vincolo di natura contrattuale che implica a carico della scuola l'obbligo di vigilare sulla sua sicurezza e sulla sua incolumità, il danneggiato - ai fini della ripartizione dell'onere probatorio - deve soltanto allegare l'inesatto adempimento, ma non deve fornire la prova dell'evento specifico produttivo del danno, spettando alla scuola dimostrare in concreto, anche per presunzioni, che le lesioni sono state conseguenza di una sequenza causale ad essa non imputabile (la Corte altoatesina richiama sul punto la sentenza della Cassazione n.2559/2011);
2) nel caso di specie, sarebbe rimasto provato, perchè non contestato dall'attore, il fatto che il minore aveva già percorso nei giorni precedenti la pista teatro dell'incidente, il che dimostrava, da un lato, il possesso da parte sua delle necessarie capacità tecniche per affrontarla e, dall'altro, l'adeguatezza della pista stessa e, quindi, l'assenza di imprudenza nella scelta della pista da parte della maestra di sci che aveva in carico il gruppo di 18 bambini (di età compresa tra i 4 e gli 8 anni d'età);
3) sarebbe rimasto provato - anche qui, per mancata specifica contestazione da parte dell'attore - che il minore era caduto quasi da fermo incrociando le punte degli sci;
4) le specifiche condizioni della pista percorsa dal minore furono del tutto ininfluenti rispetto alla dinamica del sinistro, perchè il maestro di sci non avrebbe comunque potuto far nulla per prevenirlo o impedirlo;
5) di conseguenza, la maestra – e con essa la scuola di sci - non è venuta meno agli obblighi di vigilanza e, quindi, non poteva configurarsi inadempimento rispetto alle obbligazioni contrattuali. Prosegue la Corte di Cassazione precisando che correttamente la Corte d'appello aveva richiamato la giurisprudenza di legittimità circa la natura contrattuale della responsabilità del maestro di sci e della Scuola cui appartiene e del conseguente criterio di ripartizione dell'onere della prova.

Gli errori accertati dalla Cassazione
nella decisione dei giudici di secondo grado

La Corte d’Appello, nel ricostruire il fatto, è però incorsa in due rilevanti errori, applicando erroneamente il principio di non contestazione e comunque attribuendo rilievo decisivo alle relative circostanze così accertate, che, in realtà, non hanno univoca valenza. In primo luogo è da escludere che l’infortunato non avesse contestato la circostanza di aver già percorso nei giorni precedenti all'incidente quella pista. Il Tribunale di Bolzano, infatti, aveva ammesso la prova contraria sul punto ed il testimone escusso aveva negato la circostanza. Allo stesso modo, è da escludere che la dinamica del sinistro descritta dalla Scuola Sci, cioè il fatto che il minore fosse caduto in quanto aveva incrociato quasi da fermo le punte degli sci, potesse dirsi circostanza acquisita alle risultanze processuali perchè non contestata. L’infortunato aveva dedotto la sussistenza di responsabilità da parte della Scuola e della maestra di sci per il fatto che l’incidente era avvenuto su una pista tortuosa e inadeguata, anche in relazione alle specifiche condizioni meteorologiche verificatesi nel giorno dell'evento essendovi stata un'abbondante nevicata e che il sentiero percorso non era stato battuto. Pertanto, i fatti prima descritti cioè l'essere la pista luogo dell’infortunio già nota al minore, e l'aver egli incrociato le punte degli sci, quand'anche fossero ritenuti provati, non avrebbero potuto avere alcun rilievo decisivo, rispetto all'adempimento delle obbligazioni gravanti sulla Scuola e sulla maestra di sci.  L'apprendimento della tecnica dello sci porta con sè il rischio di cadute ed incidenti, e che i doveri di protezione e vigilanza pure richiamati dalla Corte bolzanina non giungono fino al punto di integrare un'obbligazione di risultato o, comunque, al dovere di assicurare «tout court» l'incolumità dell'allievo, con conseguente responsabilità della Scuola e del maestro ogni qual volta l'allievo stesso subisca lesioni. Tuttavia il maestro non deve esporre a rischi ulteriori rispetto a quello insito nell'attività sciistica il minore che gli sia affidato. La circostanza che il minore avesse già percorso il sentiero in questione nei giorni precedenti non dimostra affatto che la pista, in quelle specifiche condizioni, fosse adeguata alla sua capacità sciistica. Allo stesso modo, il fatto che il minore sia caduto per aver incrociato le punte degli sci non dimostra affatto che ciò sia da ascrivere a sua disattenzione o incapacità, ben potendo ciò dipendere proprio dalle specifiche condizioni della pista a seguito delle abbondanti nevicate verificatesi in quel giorno e, quindi, alla scelta imprudente della maestra: anche per tale motivo le circostanze poste alla base della decisione della Corte d’Appello non hanno valenza risolutiva, attenendo esse alla descrizione finale dell'evento, ma non alla sua causa. È necessaria, quindi, la riforma della sentenza impugnata, stante l'incertezza sulla dinamica del sinistro o, quantomeno, l'insussistenza - oltre che la non decisività - degli elementi di prova utilizzati dalla Corte altoatesina.

Il principio che regola l’accertamento
della responsabilità di maestri e Scuole Sci
La Corte di Cassazione ritiene di dover ribadire il proprio insegnamento, secondo cui «nel caso di danno alla persona subito dall'allievo di una scuola di sci a seguito di caduta, la responsabilità della scuola ha natura contrattuale e pertanto, ai sensi dell'art. 1218 del codice civile, al creditore danneggiato spetta solo allegare che il danno si è verificato nel corso dello svolgimento del rapporto, mentre grava sulla controparte provare l'esatto adempimento della propria obbligazione, ossia l'aver vigilato sulla sicurezza ed incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruiva della prestazione scolastica, dimostrando che le lesioni subite siano state conseguenza di circostanze autonome e non imputabili alla scuola. Tale prova può essere data anche a mezzo di presunzioni e solo se la causa resta ignota il sistema impone che le conseguenze patrimoniali negative restino a carico di chi ha oggettivamente assunto la posizione di inadempiente».

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
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Anche quest’anno, alla terza esperienza, la Federazione Italiana Sport Invernali, con il patrocinio del Ministero per lo Sport e del CONI, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, e grazie al supporto dell’ANEF con i suoi impiantisti associati e dei Gruppi sportivi militari, promuove il progetto «Quando la Neve fa Scuola» che si rivolge agli studenti della scuola secondaria di primo grado di tutto il territorio nazionale. Si conta di portare in montagna, durante l’inverno e quindi in coincidenza con l’anno scolastico, diecimila ragazzi provenienti da tutte le regioni italiane seguiti da alcuni dei loro insegnanti.  Verrebbe da dire «meglio tardi che mai» visto che in Francia, a esempio, le «sémaines ecolaires» sulla neve funzionano da decenni.  Comunque, finalmente, si sta cominciando ad abbattere quel muro di diffidenza e distacco che in Italia ha sempre tenuto distanti la scuola dell’obbligo dal rapporto con la montagna invernale. Ma attenzione: nell’accompagnare e seguire in una attività fisica all’aperto giovani minorenni insorgono problematiche giuridiche che occorre assolutamente tenere in considerazione. Vediamo…


di Marco Del Zotto

avvocato e maestro di sci

Siamo alle porte di una nuova stagione invernale che si presenta ricca di appuntamenti e progetti. Sarà l’anno delle Olimpiadi invernali organizzate in un paese asiatico che di questi tempi vive alta la tensione di una forte conflittualità, con un regime che osteggia il mondo occidentale. Sarà l’anno in cui speriamo la neve torni ad imbiancare tempestivamente e in modo omogeneo tutte le stazioni invernali del nostro territorio. Sarà l’anno in cui un progetto che vede capofila la Federazione Italiana Sport Invernali e che coinvolge tutti gli operatori della montagna tra cui impiantisti, maestri di sci, gruppi militari e noleggiatori, consentirà di avvicinare alla montagna e agli sport invernali tutti i ragazzi delle scuole italiane. Il patrocinio del Ministero dell’Istruzione e quello del Ministero dello Sport fanno ben sperare. Le parole del Ministro dell’Istruzione Fedeli, la quale ha espressamente affermato che nel percorso formativo scolastico l’attività sportiva sia imprescindibile e ne debba fare parte integrante, sono un caposaldo.   D’altra parte, con particolare riferimento agli sport invernali, le stesse ricerche scientifiche attestano che, per un opportuno sviluppo motorio e cognitivo nell'età giovanile, è importante che ogni ragazzo sperimenti lo scivolamento in un ambiente naturale, quale è quello montano. Ecco perché la Federazione, con il patrocinio del Ministero per lo Sport e del Coni, in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, e grazie al supporto delle realtà operanti nel comparto montano e dei Gruppi sportivi militari, ha promosso il progetto «Quando la Neve fa Scuola» che si rivolge agli studenti della scuola secondaria di primo grado di tutto il territorio nazionale. L'obiettivo, per la stagione 2017/2018, è quello di portare in montagna circa 10.000 ragazzi, provenienti da tutte le regioni italiane, mediante un concorso fotografico da svolgere in classe. La FISI intende introdurre nel mondo della scuola il concetto di cultura della montagna e lo farà grazie ad una serie di incontri, tramite i quali gli esperti si recheranno presso le scuole per incontrare allievi, genitori, insegnanti, dirigenti. Saranno sessioni dedicate che precederanno le uscite in montagna, in modo che i ragazzi possano affrontare con una base cognitiva le esperienze che andranno a fare in un ambito ad alta sostenibilità ambientale e con un ecosistema da rispettare. Agli insegnanti di educazione fisica, sarà rivolta una terza parte del progetto, denominata «Ski-Stage». Gli insegnanti saranno condotti in montagna dai tecnici della Scuola Tecnici Federali che,  sempre con il supporto di impiantisti, scuole di sci, aziende del settore, e grazie alle basi logistiche dei Gruppi sportivi militari, potranno implementare la loro conoscenza degli sport invernali divenendo interlocutori privilegiati per le future, e auspicabili, uscite in montagna degli allievi.

Le problematiche giuridiche
connesse alla responsabilità su minori
Proprio sulla presenza dei ragazzi in età scolare nelle località montane vogliamo fare alcune riflessioni di carattere giuridico per mitigare, per quanto possibile, quella ritrosia che nella generalità dei casi caratterizza l’approccio degli insegnanti verso iniziative nuove o che, comunque, trovano la loro realizzazione al di fuori dell’edificio scolastico. Una recente sentenza della Corte di Cassazione del maggio 2016 consente di fare il punto della situazione sui criteri in base ai quali deve essere affrontato il giudizio di responsabilità dell’insegnante. In tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità che, ex art. 2048 del codice civile, grava sull'insegnante per il danno cagionato a terzi dall'allievo, non è sufficiente la sola dimostrazione di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo o repressivo dopo l'inizio della serie causale sfociante nella produzione del danno. È perciò necessario dimostrare anche di aver adottato, in via preventiva, tutte le misure disciplinari o organizzative idonee ad evitare il sorgere di una situazione di pericolo favorevole al determinarsi di detta serie causale, commisurate all'età ed al grado di maturazione raggiunto dagli allievi in relazione alle circostanze del caso concreto, dovendo la sorveglianza dei minori essere tanto più efficace e continuativa in quanto si tratti di bambini in tenera età.
La responsabilità extracontrattuale degli insegnanti che si rinviene in tutte le ipotesi in cui un alunno cagiona danno a terzi, trova il suo fondamento normativo nell'art. 2048 del codice civile, secondo il quale i precettori e coloro che insegnano un mestiere o un'arte, ai quali vanno equiparati gli insegnanti scolastici, rispondono del danno causato dal fatto illecito degli allievi per il tempo in cui si trovano sotto la loro vigilanza e sorveglianza. Il legislatore ha utilizzato una formula ampia, così non identificando il presupposto del «tempo in cui sono sottoposti a vigilanza» soltanto con lo svolgimento dell'attività didattica in senso stretto, estendendolo non solo alla ricreazione ma anche alle gite scolastiche. Secondo la giurisprudenza, tale norma sancirebbe una presunzione di colpa, derivante da un comportamento omissivo del soggetto chiamato a rispondere in concorso con l'allievo, cioè l'insegnante, nell'esercizio dell'obbligo di vigilanza e la responsabilità troverebbe, dunque, giustificazione in una sua carente attività. La giurisprudenza ha spesso affermato che la responsabilità sancita dall'art. 2048 del codice civile è di natura presuntiva, dispensando quindi il danneggiato da ogni e qualsivoglia onere probatorio in merito.
Essa ammetterebbe, in ogni caso, la prova liberatoria di non avere potuto impedire il fatto, ossia di aver tenuto un comportamento adeguato ad impedire l'evento, da intendersi come dimostrazione di avere adempiuto tutti i doveri ed esercitato tutti i poteri idonei ad impedire il compimento di fatti illeciti da parte dell'allievo — essendo necessaria l'imprevedibilità della condotta dell'allievo e non il semplice carattere improvviso — nonché di avere esercitato, come detto, un'attività di vigilanza commisurata all'età e al grado di maturazione del minore stesso e di aver preventivamente adottato misure organizzative e disciplinari idonee ad evitare il sorgere delle situazioni che hanno prodotto il danno. Poiché l'insegnante è ordinariamente inquadrato all'interno di un istituto scolastico, anche quest’ultimo potrà essere chiamato in giudizio a rispondere, con o senza l'insegnante medesimo.

Le sentenze della Cassazione
su casi di infortuni ad alunni
Con particolare riferimento agli infortuni che possono accadere agli alunni, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 9346/2002, hanno statuito che la responsabilità dell'istituto scolastico e dell'insegnante non avrebbe, però, natura extracontrattuale, bensì contrattuale. Quanto all'istituto scolastico, l'accoglimento della domanda di iscrizione, con la conseguente ammissione dell'allievo a scuola, determina l'instaurazione di un contatto sociale, dal quale sorge a carico dell'istituto l'obbligazione di vigilare sulla sicurezza e sull'incolumità dell'allievo nel tempo in cui questi fruisce della prestazione scolastica in tutte le sue espressioni.
Tra insegnante e allievo si instaura, per contatto sociale, un rapporto giuridico nell'ambito del quale l'insegnante assume, nel quadro del complessivo obbligo di istruire e di educare, anche uno specifico obbligo di protezione e vigilanza, onde evitare che l'allievo si procuri da solo un danno alla persona. Il danneggiato sarà quindi chiamato a provare di avere avuto un evento lesivo in occasione della prestazione scolastica e di aver subito il relativo danno, mentre l'istituto dovrà fornire la prova liberatoria della riconducibilità dell'evento lesivo ad una sequenza causale non evitabile e comunque non prevedibile, neppure mediante l'adozione di ogni misura idonea, in relazione alle circostanze, a scongiurare il pericolo di lesioni derivanti dall'uso delle strutture prescelte per lo svolgimento della gita scolastica e tenuto conto delle loro oggettive caratteristiche e salva la valutazione dell'apporto causale della condotta negligente o imprudente della vittima ai sensi dell’art.1227 del codice civile. Precisiamo altresì che, quando l'insegnante si collochi all'interno di una struttura pubblica, nel giudizio di risarcimento del danno, l'insegnante sarebbe privo di legittimazione passiva cioè non potrebbe subire alcuna richiesta risarcitoria diretta, ai sensi dell’art.61 della legge n.312/80. Tale articolo, dopo aver sancito il principio secondo il quale «La responsabilità patrimoniale del personale direttivo, docente, educativo e non docente della scuola materna, elementare, secondaria ed artistica dello Stato e delle istituzioni educative statali per danni arrecati direttamente all'Amministrazione in connessione a comportamenti degli alunni è limitata ai soli casi di dolo o colpa grave nell'esercizio della vigilanza sugli alunni stessi», aggiunge che «la limitazione di cui al comma precedente si applica anche alla responsabilità del predetto personale verso l'Amministrazione che risarcisca il terzo dei danni subiti per comportamenti degli alunni sottoposti alla vigilanza» e statuisce che «salvo rivalsa nei casi di dolo o colpa grave, l'Amministrazione si surroga al personale medesimo nelle responsabilità civili derivanti da azioni giudiziarie promosse da terzi». Tale principio è stato ribadito dalla Corte costituzionale con la sentenza del 24 febbraio 1992, n. 64 e dalla Corte di Cassazione con le sentenze n.12501/00 e, a Sezioni Unite n.  7454/97.

Indispensabile il supporto deglli operatori
per garantire la sicurezza di insegnanti e allievi
In questo contesto normativo giuridico, nonostante l’inevitabile alea che caratterizza oggi ogni tipo di attività, ai fini del contenimento del rischio di essere esposti a responsabilità, assumono rilevanza dirimente le modalità organizzative della gita scolastica. Tanto più l’offerta turistica sarà appetibile in quanto strutturata in modo professionale ed atta a garantire quella sicurezza a 360 gradi di cui gli insegnanti hanno bisogno per affrontare con serenità l’approccio alla montagna, tanto più facile sarà creare indotto. Certo è che gli operatori della montagna dovranno fare sistema fra loro affinchè l’offerta, come detto, sia omnicomprensiva, dalla qualità della struttura ricettiva, alla sicurezza del comprensorio sciistico, dalla professionalità dei maestri di sci, alla preparazione del materiale utilizzato per praticare gli sport invernali così come all’attrattività sotto il profilo formativo delle attività collaterali, fra tutte quelle di conoscenza dell’ambiente montano. Che il progetto «Quando la neve fa scuola» possa essere un’occasione per avvicinare i ragazzi alla montagna e trasmettere cultura? Staremo a vedere.

Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:21
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di Marco Del zotto
Avvocato
e Maestro di Sci

Gli sci non sono macchine e le piste non sono strade

La disciplina sulla circolazione stradale non si applica agli incidenti che si verificano sulle piste di sci. È questo, in sintesi, il succo giuridico di una vicenda che ha visto una collisione tra uno sciatore e un’autovettura ferma e parcheggiata sul bordo di una pista.  Dopo una sentenza in primo grado che accettava il principio del concorso di colpa, la Corte d’Appello assegnava al conducente e di conseguenza al proprietario della vettura l’intero onere della responsabilità dell’incidente ammettendo la legittimità della richiesta di risarcimento in solido da parte dello sciatore. A questa sentenza ha fatto seguito il ricorso in Cassazione che però ha ribadito nella sostanza come i due «ambiti di circolazione» siano da tenere rigorosamente distinti e non debbano essere semplicisticamente omologati

Una recente sentenza della Corte di Cassazione ci consente di fare alcune riflessioni su un argomento che sembra lontano dalle logiche della montagna ma che, invece, è più vicino di ciò che può sembrare. Parrebbe un’assurdità fare analogie tra sciatori e automobilisti, tra incidenti sulla strada e in pista ma se ci si richiama semplicemente ad alcuni articoli della normativa quadro sulla sicurezza, la legge n.363/2003, si capisce che così non è, quantomeno per il nostro legislatore. L’art.12 che disciplina gli incroci nell’area sciabile attrezzata, prevede espressamente che abbia la precedenza lo sciatore che proviene da destra, salvo diversa segnaletica apposta dal gestore. Nessun cenno al flusso di sciatori provenienti dalle piste cosiddette «principali» né alle immissioni né ad altro ma un richiamo puro e semplice alla disciplina della circolazione stradale. Mutuato dalla disciplina della circolazione è anche l’introduzione del principio della presunzione del concorso di colpa di cui all’art.19 della legge n.363/2003, in caso di incidente riconducibile a collisione fra sciatori. Fino a prova contraria si presume che entrambi gli sciatori protagonisti della collisione abbiano pari responsabilità. Il principio di diritto introdotto per dirimere eventuali controversie è il medesimo di cui all’art.2054 del codice civile che prevede la presunzione di pari responsabilità in caso di collisione fra autoveicoli.

Le modalità dell’incidente e lo svolgimento del processo
È interessante la motivazione di una sentenza della Corte di Cassazione che ha deciso in ordine alle richiesta risarcitoria riconducibile ad una collisione tra un’autovettura che si trovava su una pista di sci e uno sciatore che proveniva da monte e che, improvvisamente, si è trovato davanti l’autovettura, seppur ferma. La causa si risolveva in primo grado con l’accertamento della responsabilità per l’80% in capo al conducente dell’autovettura e per il 20%, a titolo di concorso, in capo allo sciatore.
La domanda nei confronti del proprietario dell’autovettura - diverso dal conducente - e della compagnia di assicurazioni, responsabili in solido secondo la disciplina che regola la circolazione stradale, veniva invece rigettata «per non essere la pista una strada pubblica ai sensi della Legge n.990 del 1969». La sentenza veniva impugnata.
La Corte d'appello con sentenza del 2012 riformava parzialmente la sentenza e dichiarava la responsabilità esclusiva del conducente dell’autovettura per l’incidente occorso ritenendo insussistente il concorso di colpa, seppure residuale, dello sciatore, accertato in primo grado.

Il ricorso in Cassazione contro a sentenza di secondo grado
-Sull’applicabilità della presunzione del concorso di colpa di cui all’art.2054 c.c.
Gli eredi del conducente, nel frattempo deceduto, proponevano ricorso in Cassazione chiedendo la riforma della sentenza di secondo grado insistendo in particolare per la violazione o, comunque, per l’errata applicazione dell’art.2054 del codice civile.
I ricorrenti sostenevano che la pista di sci è comunque area pubblica e il divieto di transito dei veicoli non toglie la natura di area pubblica, per cui ai fini dell’accertamento della responsabilità doveva comunque applicarsi l'art. 2054 c.c..
-Sull’applicabilità della legge n.990/69 che prevede obbligato in solido al risarcimento anche la compagnia di assicurazione
I ricorrenti censuravano la sentenza impugnata anche per avere errato affermando che per applicare la Legge n. 990 del 1969, art. 1 è necessario che il sinistro avvenga su area, pubblica o privata, aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone, intendendo per persone i veicoli: così non è, sostenevano i ricorrenti, per cui la norma è applicabile semplicemente se il sinistro avviene su strada-area pubblica;

Le argomentazioni della
Cassazione sui due motivi di impugnazione
La corte d’appello aveva ritenuto inapplicabile la fattispecie di cui all'art. 2054 del codice civile, in quanto «il presupposto di applicazione di tale norma e delle presunzioni da essa contemplate è che si versi in una ipotesi di circolazione del veicolo su strada pubblica, soggetta ad uso pubblico o, comunque, adibita al traffico veicolare». Tale presupposto non poteva essere integrato da una pista da sci.
La corte d’appello riteneva inapplicabile anche l’art.1 della Legge del 24 dicembre 1969, n. 990 perchè «la responsabilità dell'assicuratore ai sensi della legge sopra citata ricorre con riferimento ai sinistri cagionati da veicoli posti in circolazione su strade di uso pubblico o ad esse equiparate, intendendosi per queste ultime quelle aree, pubbliche o private, aperte alla circolazione di un numero indeterminato di persone», mentre nel caso in esame «il sinistro si è verificato in un'area, la pista da sci, certamente non aperta alla circolazione di un numero indeterminato di persone».
Il ricorrente, dato atto che la corte territoriale aveva identificato come presupposto per l'applicazione dell'art. 2054 c.c. la circolazione del veicolo su strada pubblica o comunque soggetta ad uso pubblico negando che tale sia una pista da sci, obiettava che l'essere la pista di sci preclusa al transito dei mezzi meccanici, tranne quelli adibiti al servizio e alla manutenzione della pista e degli impianti, «non ne elimina il carattere di area pubblica». La questione dell'ambito di applicazione dell'art. 2054 c.c. deve essere affrontata attraverso il concetto di circolazione dei veicoli, come emerge già dalla rubrica di tale articolo: «Circolazione di veicoli».

Perché non si può assimilare una pista da sci ad una strada
Il concetto di strada e il concetto di circolazione sono intrinsecamente collegati e, per così dire, logicamente reciproci: nel quadro normativo vigente all'epoca del sinistro un'ulteriore conferma viene offerta dalla Legge 24 dicembre 1969, n. 990, art. 1, ora sostituita dal D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, che delimita l'ambito di applicazione dell'assicurazione obbligatoria alla circolazione dei veicoli a motore senza rotaie su strada ad uso pubblico o aree ad essa equiparate:  «I veicoli a motore senza guida di rotaie...non possono essere posti in circolazione su strade di uso pubblico, o su aree a queste equiparate se non siano coperti, secondo le disposizioni della presente legge, dall'assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi prevista dall'art. 2054 c.c.». La circolazione presuppone quindi una strada o un'area - pubblica o destinata ad uso pubblico - ad essa equiparata. Ciò significa che, se un veicolo senza rotaie viene guidato in una zona priva di tale caratteristica, la circolazione in senso giuridico non sussiste, onde non sono applicabili nè l'art. 2054 c.c. nè la normativa attinente all'assicurazione obbligatoria per la conseguente responsabilità.
Non sono pertanto sufficienti nè il movimento di un veicolo senza rotaie nè la sua presenza in un luogo anche pubblico o a uso pubblico per ricondurre l'eventuale incidente che ne possa derivare nella specifica fattispecie della circolazione stradale e della correlata assicurazione obbligatoria.  Allo scopo occorre che il sinistro si sia realizzato sugli spazi addetti alla circolazione, nel senso che un numero indeterminato di persone possa accedervi, ma proprio per circolare.
La circolazione, quindi, non può essere intesa come frutto dell'intenzione e della scelta del soggetto che guida il veicolo, bensì, oggettivamente, come uso attribuito ad un'area pubblica o ad un'area privata ma destinata appunto a tale uso pubblico. Da quanto appena osservato, emerge chiaramente che l'introduzione di una autovettura in un'area destinata esclusivamente all'esercizio di uno sport come lo sci, che non si pratica mediante veicoli a motore o, comunque, mediante veicoli indicati dal Codice della strada come idonei a realizzare una circolazione nel senso appena esposto, non conduce all'applicabilità dell'art. 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria nell'ipotesi in cui il veicolo venga a contatto con uno sciatore.
Anche qualora si voglia qualificare l'attrezzo di tale sport come un veicolo, questo non è certo rientrante tra i veicoli soggetti alla disciplina del Codice della strada, deducendone che, correlativamente, non è neppure assoggettato alla "disciplina dell'art. 2054 c.c., riguardante la responsabilità civile per la circolazione dei veicoli - che ha diretta derivazione e specifico collegamento con quella del codice della strada.
L'estraneità del sinistro in questione alla disciplina di cui all'art. 2054 c.c. e della correlata assicurazione obbligatoria viene poi nel caso di specie ulteriormente confermata da una applicabile, vista la località in cui si è verificato l'incidente - specifica legge regionale della Regione Toscana, la L.R. 13 dicembre 1993, n. 93, che, all'art. 9, dopo avere nel comma 1 affermato che l'uso delle piste da sci è pubblico, nel comma 3 stabilisce: «Nel periodo di innevamento è vietato percorrere le piste a piedi e con mezzi diversi dagli sci, fatta eccezione per i mezzi meccanici addetti al servizio delle piste e degli impianti».
Questa norma conferma come l'apertura al pubblico, ovvero ad un numero indeterminato di persone, non sia sufficiente a rendere l'area addetta alla circolazione, poichè l'apertura può essere finalizzata ad attività del tutto diverse, come, nel caso di specie, uno sport quale lo sci.
Una cosa è l'accesso e un'altra la circolazione; l'accesso di pluralità di persone, per supportare l'applicazione della normativa suddetta, deve essere diretto alla fruizione di un'oggettiva destinazione dell'area, cioè la circolazione.

Il principio di diritto sancito dalla Corte di Cassazione
In conclusione si può affermare il seguente principio di diritto: presupposto dell'applicazione dell'art.2054 del codice civile e della correlata normativa attinente alla assicurazione obbligatoria per la responsabilità civile da circolazione di veicoli è che il sinistro avvenga in un'area stradale o ad essa equiparata, onde in una pista innevata di sci, non essendo aperta per uso stradale bensì per l'esercizio di uno sport che non si avvale di un veicolo indicato dal Codice della strada per la circolazione, non può verificarsi un sinistro alle cui conseguenze risarcitorie sia applicabile la normativa suddetta e cioè la presunzione del concorso di colpa sino a prova contraria di cui all’art.2054 del codice civile né la posizione di obbligato solidale al risarcimento del danno della compagnia di assicurazione.

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Created: Martedì, 26 Aprile 2016 08:20
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